(Jeff Buckley)
I lost myself on a cool damp night
I gave myself in that misty light
Was hypnotized by a strange delight
Under a lilac tree
I made wine from the lilac tree
Put my heart in its recipe
It makes me see what I want to see
And be what I want to be
When I think more than I want to think
Do things I never should do
I drink much more that I ought to drink
Because it brings me back you
Lilac wine is sweet and heady,
Like my love
Lilac wine, I feel unsteady,
Like my love
Listen to me, I cannot see clearly
Isnt that she, coming to me
Nearly here
Lilac wine is sweet and heady,
Wheres my love
Lilac wine, I feel unsteady,
Wheres my love
Listen to me, why is everything so hazy
Isnt that she, or am I just going crazy, dear
Lilac wine, I feel unready for my love
Feel unready, for my love.
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sabato 27 ottobre 2007
martedì 4 settembre 2007
Il "Boss" a Milano a Novembre
Trentuno date in tutto il mondo per presentare Magic Bruce Springsteen in Italia il 28 novembre Al Datchforum di Assago l'unica data di «The Boss« nel nostro Paese i biglietti sono in vendita dal 10 settembre) | |
ROMA - Ventotto novembre 2007. Datchforum di Assago. I fan sfegatati di Bruce Springsteen si mettano in fila (i biglietti sono in vendita dal 10 settembre): sarà infatti questa l'unica data italiana del tour di «The Boss» (con la E Street Band al gran completo) a quattro anni dall'ultima apparizione. Dopo il progetto solista sfociato in Devils and Dust (2005) e quello di tributo a Pete Seeger, che nel 2006 ha dato vita ad un album e un tour con la Seeger Sessions Band, Bruce ha cominciato a comporre «un grande libro di canzoni per la E Street Band» mentre si trovava ancora in tour con la Seeger Sessions Band.
TOUR DI 31 DATE - Il risultato è Magic, il nuovo album, ancora una volta prodotto da Brendan O Brien, che in Italia uscirà il 28 settembre. Il cd si apre con Radio Nowhere e si chiude con Devil s Arcade, l'unica canzone dal tono politico di questo nuovo lavoro. Il concerto italiano fa parte di un tour mondiale di 31 date (18 negli Stati Uniti e 13 in Europa), che comincerà il 2 ottobre a Hartford (Connecticut) e terminerà il 19 dicembre a Londra.
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martedì 7 agosto 2007
Stooges
Detroit, 1969. Aridi deserti di cemento. Il boom industriale produce lamiere di automobili che non fanno che aumentare la già rovente atmosfera che aleggia sulla city. Non c'è aria. Non si respira più. Un lamento strozzato viene vomitato dalla gola di uno dei tanti che si ritrova con i piedi nel fango a poco più di vent'anni. No fun, canta. Nessuno svago. La decadenza della società moderna lascia l'uomo arido, senza alcuno scopo nella sua esistenza o perlomeno senza alcuno stimolo per trovarne uno. Stiamo cadendo. Ogni giorno scendiamo di un gradino verso l'inferno. Chi lo diceva? Baudelaire. Ecco, Iggy si fa poeta maledetto della sua generazione. Una generazione di fantasmi metropolitani per i quali il real cool time è un miraggio, e lo è ancora prima di averlo mai sperimentato. L'insopportabile cappa d'afa si fonde con il fetore nauseabondo dei motel. Motel dove si consumano fugaci amplessi e squallidi momenti di condivisione carnale. Bambolina, voglio essere il tuo cane. Bambolina, Ann. Tutti fantasmi di un arido deserto di cemento. E il grido stridente si perde nel vento. Pardon, nella cappa d'afa di ua metropoli fantasma.
lunedì 6 agosto 2007
sabato 30 giugno 2007
Broken Radio
Jesse Malin + Bruce Springsteen
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venerdì 27 aprile 2007
Jesse Malin - Glitter in the Gutter
voto: 8
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giovedì 19 aprile 2007
lunedì 16 aprile 2007
Don't let them take you down
Consiglio musicale della settimana:
Jesse Malin - Don let them take you down (Beautiful day!)
Jesse Malin - Don let them take you down (Beautiful day!)
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mercoledì 11 aprile 2007
venerdì 2 marzo 2007
Marquee Moon
TELEVISION
(Tom Verlaine)
"Marquee Moon"
I remember how the darkness doubled
I recall lightning struck itself.
I was listening, listening to the rain
I was hearing, hearing something else.
Life in the hive puckered up my night,
the kiss of death, the embrace of life.
There I stand neath the Marquee Moon
Just waiting, hesitating... I ain't waiting
I spoke to a man down at the tracks.
I asked him how he don't go mad.
He said "Look here junior, don't you be so happy.
And for Heaven's sake, don't you be so sad."
Well a Cadillac it pulled out of the graveyard.
Pulled up to me all they said get in.
Then the Cadillac it puttered back into the graveyard.
And me, I got out again.
----------------------------------------------------------------------------------
"Padiglione Lunare"
Rammento come le tenebre si sdoppiano
Ricordo il fulmine colpire sè stesso.
Stavo ascoltando, ascoltando la pioggia
Stavo sentendo, sentendo qualcos'altro.
La vita nell'alveare raggrinzisce la mia notte,
Il bacio della morte, l'abbraccio della vita.
Io rimango in piedi al di sotto del Padiglione Lunare
Solo aspettando, esitando... non sto aspettando
Ho parlato a un uomo per la strada.
Gli ho chiesto come fa a non diventare pazzo.
Lui rispose "Guarda qui, giovane, non essere così felice.
E per l'amor del cielo, non essere così triste."
Una Cadillac uscì dal cimitero.
Si ferma vicino a me e mi dicono di salire.
Poi la Cadillac ritorna nel cimitero.
E io, io esco di nuovo.
(Tom Verlaine)
"Marquee Moon"
I remember how the darkness doubled
I recall lightning struck itself.
I was listening, listening to the rain
I was hearing, hearing something else.
Life in the hive puckered up my night,
the kiss of death, the embrace of life.
There I stand neath the Marquee Moon
Just waiting, hesitating... I ain't waiting
I spoke to a man down at the tracks.
I asked him how he don't go mad.
He said "Look here junior, don't you be so happy.
And for Heaven's sake, don't you be so sad."
Well a Cadillac it pulled out of the graveyard.
Pulled up to me all they said get in.
Then the Cadillac it puttered back into the graveyard.
And me, I got out again.
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"Padiglione Lunare"
Rammento come le tenebre si sdoppiano
Ricordo il fulmine colpire sè stesso.
Stavo ascoltando, ascoltando la pioggia
Stavo sentendo, sentendo qualcos'altro.
La vita nell'alveare raggrinzisce la mia notte,
Il bacio della morte, l'abbraccio della vita.
Io rimango in piedi al di sotto del Padiglione Lunare
Solo aspettando, esitando... non sto aspettando
Ho parlato a un uomo per la strada.
Gli ho chiesto come fa a non diventare pazzo.
Lui rispose "Guarda qui, giovane, non essere così felice.
E per l'amor del cielo, non essere così triste."
Una Cadillac uscì dal cimitero.
Si ferma vicino a me e mi dicono di salire.
Poi la Cadillac ritorna nel cimitero.
E io, io esco di nuovo.
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domenica 11 febbraio 2007
A' Rebours
Testo e traduzione di una delle mie canzoni preferite dei Babyshambles di Pete Doherty.
-----------------------------
A' REBOURS
You sent for me
I was knock knock knocking on death's door
You ignore, adore, a rebours me
You leave me washed up begging for more
If you really cared for me
Ah you'd let me be
You'd set me free
But what you robbed me of is my...
Oh is my liberty
The curtain was calling
You were there blewn away and a rebours
In the mirror bawling
If you want it so much you are gonna have it all
Ah if you really cared for me
Christ knows you'd let me be
You'd set me free
I'm too polite to say...
I defy you all
You know twice as much as nothing at all
It's still nothing at all
I can defy us all
Tides are now turned and hammered it all
Hammered it all
Ah, no, ah no, ah no...
I've been running round this world too much, girl
Pretending not to see
What's drilling me, it's killing me
Oh no, I think I understand
What I misunderstood before
How your love gives me so much more
I am free again, I can see again..
But if I should fall
Would you vow today to pay tomorrow
The fucked off big debt I owe to sorrow...
Ah, oh... sorrow... sorrow...
Ah, oh... sorrow
Ah, no, ah no, ah no...
-----------------------------
A RITROSO
Tu mi hai mandato a chiamare
Ho bussato bussato bussato alla porta della Morte
Tu mi ignori, mi adori a ritroso
Tu mi hai lasciato a terra chiedendo di più
Se davvero te ne importasse di me
Ah, mi lasceresti
Mi lasceresti libero
Ma quello che mi hai rubato è la mia
Oh la mia libertà
Il sipario stava calando
Tu eri qui e sei volata via a ritroso
Nel pianto dello specchio
Se lo vuoi sul serio l'avrai di sicuro
Ah se davvero te ne importasse di me
Cristo sa che mi lasceresti
Mi lasceresti libero
Sono troppo educato per dirlo...
Io vi sfido tutti
Tu sai che due volte sono troppo e troppo poco
Non vuol dire ancora nulla
Io vi posso sfidare tutti
Le maree adesso travolgono e martellano tutto
Martellano tutto
Ah, no, ah no, ah no...
Ho corso troppo per questo mondo, ragazza
Fingendo di non vedere
Cosa mi trivella, mi uccide
Oh no, penso di capire
Quello che non capivo prima
Come il tuo amore mi dà troppo
Sono di nuovo libero, posso vedere di nuovo...
Ma se dovessi cadere
Prometteresti oggi di pagare domani
Il debito fottutamente gravoso che ho contratto con la sofferenza...
Ah, oh... sofferenza... sofferenza...
Ah, oh... sofferenza
Ah, no, ah no, ah no...
-----------------------------
You sent for me
I was knock knock knocking on death's door
You ignore, adore, a rebours me
You leave me washed up begging for more
If you really cared for me
Ah you'd let me be
You'd set me free
But what you robbed me of is my...
Oh is my liberty
The curtain was calling
You were there blewn away and a rebours
In the mirror bawling
If you want it so much you are gonna have it all
Ah if you really cared for me
Christ knows you'd let me be
You'd set me free
I'm too polite to say...
I defy you all
You know twice as much as nothing at all
It's still nothing at all
I can defy us all
Tides are now turned and hammered it all
Hammered it all
Ah, no, ah no, ah no...
I've been running round this world too much, girl
Pretending not to see
What's drilling me, it's killing me
Oh no, I think I understand
What I misunderstood before
How your love gives me so much more
I am free again, I can see again..
But if I should fall
Would you vow today to pay tomorrow
The fucked off big debt I owe to sorrow...
Ah, oh... sorrow... sorrow...
Ah, oh... sorrow
Ah, no, ah no, ah no...
-----------------------------
A RITROSO
Tu mi hai mandato a chiamare
Ho bussato bussato bussato alla porta della Morte
Tu mi ignori, mi adori a ritroso
Tu mi hai lasciato a terra chiedendo di più
Se davvero te ne importasse di me
Ah, mi lasceresti
Mi lasceresti libero
Ma quello che mi hai rubato è la mia
Oh la mia libertà
Il sipario stava calando
Tu eri qui e sei volata via a ritroso
Nel pianto dello specchio
Se lo vuoi sul serio l'avrai di sicuro
Ah se davvero te ne importasse di me
Cristo sa che mi lasceresti
Mi lasceresti libero
Sono troppo educato per dirlo...
Io vi sfido tutti
Tu sai che due volte sono troppo e troppo poco
Non vuol dire ancora nulla
Io vi posso sfidare tutti
Le maree adesso travolgono e martellano tutto
Martellano tutto
Ah, no, ah no, ah no...
Ho corso troppo per questo mondo, ragazza
Fingendo di non vedere
Cosa mi trivella, mi uccide
Oh no, penso di capire
Quello che non capivo prima
Come il tuo amore mi dà troppo
Sono di nuovo libero, posso vedere di nuovo...
Ma se dovessi cadere
Prometteresti oggi di pagare domani
Il debito fottutamente gravoso che ho contratto con la sofferenza...
Ah, oh... sofferenza... sofferenza...
Ah, oh... sofferenza
Ah, no, ah no, ah no...
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sabato 6 gennaio 2007
The Stooges - The Stooges
THE STOOGES
The Stooges (1969)
***** 90/100
Alla domanda “Chi ha inventato il punk?” le risposte della gente sono le più disparate: i più ignoranti in materia andranno sul sicuro affermando fieri “I Sex Pistols, naturale!”, quelli già più ferrati in materia nomineranno i Ramones e la scena newyorkese del CBGB, arretrando ulteriormente fino al 1973, anno di uscita del primo album dei New York Dolls. I più probabilmente si fermeranno qui, ma pochi sanno che il punk fu inventato nel 1969 e non nella New York brulicante di band rock'n'roll/garage né tantomeno nella Londra bruciante, bensì nella “città delle macchine”, la città della disoccupazione crescente e della noia generazionale: Detroit.
E' proprio a Detroit che nascono gli Stooges, gruppo guidato dal frontman Iggy Pop (che definire carismatico è un eufemismo) che sul finire degli anni Sessanta cambiò il corso della storia della musica, proponendo una personale rivisitazione del rock degli anni Sessanta, Jimi Hendrix e i Doors, esasperandone la componente decadentista e sguaiatamente disperata.
“The Stooges”, semplicemente così si intitola il primo album dei quattro, è il manifesto della noia e dell'insoddisfazione generazionale cui la band dell'”Iguana” si fanno portabandiera, un'esplorazione negli anfratti più oscuri e desolanti della psiche umana, una caduta senza appigli nelle bolge infernali, dove non c'è alcuna speranza di salvezza o di auto-realizzazione.
Tutto appare già chiaro fin dal primo riff di chitarra dell'album, quello che dà il via alla opening-track “1969”: la chitarra è distorta come non mai e magnificamente rappresenta la frustrazione di una generazione di sconfitti ancora prima di nascere, una generazione “no future”, così come la nomineranno poi i Sex Pistols, quasi un decennio dopo; tutta l'insoddisfazione della band è rappresentata divinamente dalla voce sguaiata di Iggy Pop che pronuncia con disillusione la frase culminante: “It's another year for me and you/Another year with nothing to do“ (“E' un altro anno per me e per te/un altro anno senza niente da fare”). Con la seconda traccia si toccano gli apici della depravazione e della ricerca di un'anarchia autodistruttiva: “I Wanna Be Your Dog” è il manifesto perfetto del punk-prima-del-punk, una canzone violentissima caratterizzata da un riff paurosamente compatto e ipnotico, che ci trasporta direttamente al centro di un vortice di eccessi ed esagerazioni; il pezzo esplode con il furente ritornello che ripete per tre volte di fila, con rabbia sempre maggiore, l'aspirazione di Iggy a ridursi ad un oggetto di sfogo sessuale, sebbene poi nella seconda strofa venga fuori tutta la poetica quasi decadentista dell'”Iguana” (“Now I'm ready to close my eyes/And now I'm ready to close my mind/And now I'm ready to feel your hand/And lose my heart on the burning sands”, ovvero “Adesso sono pronto a chiudere gli occhi/E adesso sono pronto a non pensare più a niente/E adesso sono pronto a sentire la tua mano/E a perdere il mio cuore tra le sabbie roventi”).
Il terzo episodio dell'album, “We Will Fall” è un pezzo tantra lungo dieci minuti che ricorda i deliri di Jim Morrison: sembra di essere in mezzo ad una seduta spiritica nella quale l'”Iguana” è il medium, un medium dannatamente inquietante che ci racconta le sue aspirazione di uno squallido amore consumato nella stanza 121 di un infimo motel, chiudendo il brano con una frustrante considerazione: sono le sei del mattino, è tempo di chiudere questa parentesi amorosa e di ritornare alla noia di tutti i giorni, addio.
Si ritorna al punk con “No Fun”, tanto è vero che i Sex Pistols chiusero il proprio ultimo concerto proprio con questa cover: nella prima parte della canzone Iggy, sempre supportato strumentalmente dai suoi degni accompagnatori, ci mostra l'inutilità e la disperata solitudine del genere umano (“No fun to hang around/Feeling that same old way”, “Nessun divertimento ad andare in giro/Sentendosi sempre allo stesso modo”), nella seconda strofa invece, dopo aver ribadito il concetto, lancia una disillusa invettiva al ritmo della vita di tutti i giorni, che non fa altro che aumentare la frustrazione di una vita senza realizzazioni (“Well maybe go out/Maybe stay home/Maybe call Mom on the telephone/Well come on, well come on, well come on..........”, ovvero “Potrei uscire/Potrei stare a casa/Potrei chiamare mamma al telefono/Andiamo avanti così, andiamo avanti così, andiamo avanti così........”).
Con “Real Cool Time” ritorna in primo piano il desiderio di amore, o meglio di sesso, di Iggy Pop, il quale canta (o meglio: ulula) con la solita intonazione tediosa la sua brama di fissare un appuntamento: lo stesso concetto si ripete per tutta la canzone, per mettere in risalto la disperata ricerca di emozioni che alla finesi risolvono sempre in un circolo vizioso, quello dell'insoddisfazione più pesante, quello della continua ricerca di emozioni e della continua disillusione di essi. Con “Ann” i toni si smorzano e Iggy Pop ritorna a fare il Jim Morrison, anche per quanto riguarda le liriche: è pura poesia, anche se si intravede sempre in qualche modo la frustrazione di un desiderio che non potrà mai appagare fino in fondo sé stesso (“I looked into your cool cool eyes/I felt so fine, I felt so fine/I floated in your swimming pools/I felt so weak, I felt so blue”, che suona come: “Ho guardato dentro i tuoi gelidi, gelidi occhi/Mi sono sentito così bene, così bene/Ho galleggiato nelle tue piscine/Mi sono sentito così debole, così triste”).
Il tema dell'amore non corrisposto e della disillusione dei desideri insiti nella natura umana ritorna anche nella seguente “Not Right”, nella quale Iggy con il solito tedio pronuncia svogliato le solite rime di desolazione (“I want somehing I want something tonight/But she can't help because she's not right/No, no, no, no/It's always, it's always this way”, tradotto: “Voglio qualcosa, vogli qualcosa questa notte/Ma lei non puoi aiutarmi perchè non è a posto/No, no, no, no/E' sempre, è sempre la stessa menata”). Lo stesso tema conclude anche l'album in un apice di depravazione e degenerazione, quella “Little Doll” in cui Iggy narra il suo massimo momento di realizzazione, una nottata passata con una “bambolina”, una prostituta, unico spicchio di felicità (apparente) in una vita caratterizzata da frustrazioni e insoddisfazioni (“You're the one who makes me sing/Bring happiness and everythin/You're the only real one/A real way to have some fun”, “Tu sei la sola che mi fa cantare/Che mi ha portato felicità e tutto il resto/Tu sei la sola reale/Un modo reale di divertirsi almeno un po'”).
Cala il sipario su questo capolavoro del rock'n'roll più selvaggio e depravato, del punk ante-litteram, ma anche della poesia decadente più intimista fatta musica.
Iggy oggi, dopo quasi quarant'anni, a sessant'anni suonati, è ancora “on the road” ed è sempre più animale da palco: non è un'esagerazione affermare che sia lui il vero re del rock'n'roll.
LINE-UP:
Iggy Pop – voce
Ron Asheton – chitarra
Dave Alexander – basso
Scott Asheton – batteria
TRACKLIST:
1. 1969
2. I wanna be your dog
3. We will fall
4. No fun
5. Real cool time
6. Ann
7. Not right
8. Little doll
The Stooges (1969)
***** 90/100
E' proprio a Detroit che nascono gli Stooges, gruppo guidato dal frontman Iggy Pop (che definire carismatico è un eufemismo) che sul finire degli anni Sessanta cambiò il corso della storia della musica, proponendo una personale rivisitazione del rock degli anni Sessanta, Jimi Hendrix e i Doors, esasperandone la componente decadentista e sguaiatamente disperata.
“The Stooges”, semplicemente così si intitola il primo album dei quattro, è il manifesto della noia e dell'insoddisfazione generazionale cui la band dell'”Iguana” si fanno portabandiera, un'esplorazione negli anfratti più oscuri e desolanti della psiche umana, una caduta senza appigli nelle bolge infernali, dove non c'è alcuna speranza di salvezza o di auto-realizzazione.
Tutto appare già chiaro fin dal primo riff di chitarra dell'album, quello che dà il via alla opening-track “1969”: la chitarra è distorta come non mai e magnificamente rappresenta la frustrazione di una generazione di sconfitti ancora prima di nascere, una generazione “no future”, così come la nomineranno poi i Sex Pistols, quasi un decennio dopo; tutta l'insoddisfazione della band è rappresentata divinamente dalla voce sguaiata di Iggy Pop che pronuncia con disillusione la frase culminante: “It's another year for me and you/Another year with nothing to do“ (“E' un altro anno per me e per te/un altro anno senza niente da fare”). Con la seconda traccia si toccano gli apici della depravazione e della ricerca di un'anarchia autodistruttiva: “I Wanna Be Your Dog” è il manifesto perfetto del punk-prima-del-punk, una canzone violentissima caratterizzata da un riff paurosamente compatto e ipnotico, che ci trasporta direttamente al centro di un vortice di eccessi ed esagerazioni; il pezzo esplode con il furente ritornello che ripete per tre volte di fila, con rabbia sempre maggiore, l'aspirazione di Iggy a ridursi ad un oggetto di sfogo sessuale, sebbene poi nella seconda strofa venga fuori tutta la poetica quasi decadentista dell'”Iguana” (“Now I'm ready to close my eyes/And now I'm ready to close my mind/And now I'm ready to feel your hand/And lose my heart on the burning sands”, ovvero “Adesso sono pronto a chiudere gli occhi/E adesso sono pronto a non pensare più a niente/E adesso sono pronto a sentire la tua mano/E a perdere il mio cuore tra le sabbie roventi”).
Il terzo episodio dell'album, “We Will Fall” è un pezzo tantra lungo dieci minuti che ricorda i deliri di Jim Morrison: sembra di essere in mezzo ad una seduta spiritica nella quale l'”Iguana” è il medium, un medium dannatamente inquietante che ci racconta le sue aspirazione di uno squallido amore consumato nella stanza 121 di un infimo motel, chiudendo il brano con una frustrante considerazione: sono le sei del mattino, è tempo di chiudere questa parentesi amorosa e di ritornare alla noia di tutti i giorni, addio.
Si ritorna al punk con “No Fun”, tanto è vero che i Sex Pistols chiusero il proprio ultimo concerto proprio con questa cover: nella prima parte della canzone Iggy, sempre supportato strumentalmente dai suoi degni accompagnatori, ci mostra l'inutilità e la disperata solitudine del genere umano (“No fun to hang around/Feeling that same old way”, “Nessun divertimento ad andare in giro/Sentendosi sempre allo stesso modo”), nella seconda strofa invece, dopo aver ribadito il concetto, lancia una disillusa invettiva al ritmo della vita di tutti i giorni, che non fa altro che aumentare la frustrazione di una vita senza realizzazioni (“Well maybe go out/Maybe stay home/Maybe call Mom on the telephone/Well come on, well come on, well come on..........”, ovvero “Potrei uscire/Potrei stare a casa/Potrei chiamare mamma al telefono/Andiamo avanti così, andiamo avanti così, andiamo avanti così........”).
Con “Real Cool Time” ritorna in primo piano il desiderio di amore, o meglio di sesso, di Iggy Pop, il quale canta (o meglio: ulula) con la solita intonazione tediosa la sua brama di fissare un appuntamento: lo stesso concetto si ripete per tutta la canzone, per mettere in risalto la disperata ricerca di emozioni che alla finesi risolvono sempre in un circolo vizioso, quello dell'insoddisfazione più pesante, quello della continua ricerca di emozioni e della continua disillusione di essi. Con “Ann” i toni si smorzano e Iggy Pop ritorna a fare il Jim Morrison, anche per quanto riguarda le liriche: è pura poesia, anche se si intravede sempre in qualche modo la frustrazione di un desiderio che non potrà mai appagare fino in fondo sé stesso (“I looked into your cool cool eyes/I felt so fine, I felt so fine/I floated in your swimming pools/I felt so weak, I felt so blue”, che suona come: “Ho guardato dentro i tuoi gelidi, gelidi occhi/Mi sono sentito così bene, così bene/Ho galleggiato nelle tue piscine/Mi sono sentito così debole, così triste”).
Il tema dell'amore non corrisposto e della disillusione dei desideri insiti nella natura umana ritorna anche nella seguente “Not Right”, nella quale Iggy con il solito tedio pronuncia svogliato le solite rime di desolazione (“I want somehing I want something tonight/But she can't help because she's not right/No, no, no, no/It's always, it's always this way”, tradotto: “Voglio qualcosa, vogli qualcosa questa notte/Ma lei non puoi aiutarmi perchè non è a posto/No, no, no, no/E' sempre, è sempre la stessa menata”). Lo stesso tema conclude anche l'album in un apice di depravazione e degenerazione, quella “Little Doll” in cui Iggy narra il suo massimo momento di realizzazione, una nottata passata con una “bambolina”, una prostituta, unico spicchio di felicità (apparente) in una vita caratterizzata da frustrazioni e insoddisfazioni (“You're the one who makes me sing/Bring happiness and everythin/You're the only real one/A real way to have some fun”, “Tu sei la sola che mi fa cantare/Che mi ha portato felicità e tutto il resto/Tu sei la sola reale/Un modo reale di divertirsi almeno un po'”).
Cala il sipario su questo capolavoro del rock'n'roll più selvaggio e depravato, del punk ante-litteram, ma anche della poesia decadente più intimista fatta musica.
Iggy oggi, dopo quasi quarant'anni, a sessant'anni suonati, è ancora “on the road” ed è sempre più animale da palco: non è un'esagerazione affermare che sia lui il vero re del rock'n'roll.
LINE-UP:
Iggy Pop – voce
Ron Asheton – chitarra
Dave Alexander – basso
Scott Asheton – batteria
TRACKLIST:
1. 1969
2. I wanna be your dog
3. We will fall
4. No fun
5. Real cool time
6. Ann
7. Not right
8. Little doll
venerdì 5 gennaio 2007
Best Punk Live Performances Ever
1) THE STOOGES
"I wanna be your dog"
2) RAMONES
"Blitzkrieg bop"
3) THE CLASH
"I fought the law"
4) NEW YORK DOLLS
"Looking for a kiss"
5) SEX PISTOLS
"God save the queen"
"I wanna be your dog"
2) RAMONES
"Blitzkrieg bop"
3) THE CLASH
"I fought the law"
4) NEW YORK DOLLS
"Looking for a kiss"
5) SEX PISTOLS
"God save the queen"
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domenica 31 dicembre 2006
Someday
"Someday"
In many ways, they'll miss the good old days
Someday, someday
Yeah, it hurts to say, but I want you to stay
Sometimes, sometimes
When we was young, oh man, did we have fun
Always, always
Promises, they break before they're made
Sometimes, sometimes
Oh, My-ex says I'm lacking in depth
I will do my best
You say you wanna stay by my side
Darlin', your head's not right
See, alone we stand, together we fall apart
Yeah, I think I'll be alright
I'm working so I won't have to try so hard
Tables, they turn sometimes
Oh, someday...
No, I ain't wastin' no more time
And now my fears
They come to me in threes
So, I
Sometimes
Say, "Fate my friend,
You say the strangest things
I find, sometimes"
Oh, My-ex says I'm lacking in depth
Say I will try my best
You say you wanna stay by my side
Darlin', your head's not right
See, alone we stand, together we fall apart
Yeah, I think I'll be alright
I'm working so I won't have to try so hard
Tables, they turn sometimes
Oh, someday...
I ain't wasting no more time
----------------------------------------------------------
"Alcuni giorni"
Per parecchi motivi, loro rimpiangeranno i bei tempi andati
Alcuni giorni, alcuni giorni
Sì, fa male a dirlo, ma voglio che tu rimanga
A volte, a volte
Quando eravamo giovani, amico, ci divertivamo
Sempre, sempre
Le promesse, loro le hanno infrante prima ancora di farle
A volte, a volte
Oh, la mia ex dice che non sono affatto profondo
Farò del mio meglio
Tu dici che vuoi stare dalla mia parte
Cara, la tua testa non è del tutto a posto
Guarda, siamo rimasti soli, insieme cadremo a pezzi
Sì, penso che starò bene
Sto funzionando e quindi non dovrò provarci fino in fondo
Le situazioni, a volte si invertono
Oh, alcuni giorni...
No, non sprecherò più tempo...
E adesso i miei timori
Sono diventati il triplo
Io idem
A volte
Dico, "E' il destino, amico mio,
Trovo che a volte tu dica cose astruse,
A volte"
Oh, la mia ex dice che non sono affatto profondo
Io le rispondo che farò del mio meglio
Tu dici che vuoi stare dalla mia parte
Cara, la tua testa non è del tutto a posto
Guarda, siamo rimasti soli, insieme cadremo a pezzi
Sì, penso che starò bene
Sto funzionando e quindi non dovrò provarci fino in fondo
Le situazioni, a volte si invertono
Oh, alcuni giorni...
No, non sprecherò più tempo...
martedì 19 dicembre 2006
Pete Doherty
da www.Repubblica.it
"La prigione è come stare all'inferno sulla terra"
Genio, poesia e perdizione
Pete Doherty, l'ultimo maledetto
dal nostro inviato GINO CASTALDO
LONDRA - Il più oltraggioso cantante rock al mondo ci riceve in un albergo fuori mano, in una zona vagamente sordida dell'East End. "Hi!" dice aprendo la porta e porgendo una mano efebica, leggera come una piuma. Malgrado la sua tremenda fama oggi Pete Doherty non spacca bottiglie, non usa microfoni come clave, è mansueto, perfino dolce ("è un miracolo" ci suggerisce l'addetto stampa della sua etichetta, la Rough Trade). Ma le stranezze non mancano. Nella stanza c'è un motorino Piaggio, ("Sì, è italiano, mi piace molto" dice Doherty con l'aria di un bambino che ha appena commesso un'impertinenza). Più che parlare sussurra, sembra dover alzare il sipario da una coltre oppiacea, si raggomitola, si alza, cammina per la stanza, accende il motorino, maneggia una manciata di copie del nuovo album del suo gruppo, i Babyshambles, (sarà nei negozi l'11 novembre, titolo "Down to Albion") che gli cascano per terra. Non sembra vero di essere al cospetto di una vera rockstar decadente.
Da ogni suo gesto si intuisce il perché di tanta dissolutezza: si sente un poeta, libero da costrizioni morali. Pete Doherty sembra uscito da un leggendario passato di cantanti rock fatti di genio e perdizione, è femmineo, magrissimo, lo sguardo illuminato da improvvisi bagliori e poi di nuovo sepolto in una svagata e assente trance. Figlio di un maggiore dell'esercito britannico, a sedici anni ha vinto un concorso di poesia e fa continui riferimenti alla cultura francese. Curiose coincidenze con la figura di Jim Morrison. Doherty è a suo modo delicato, fragile come un giunco allampanato, un viso d'angelo coi denti sporchi e le dita annerite.
Nel primo brano del Cd, "La belle et la bête", una voce femminile canta: "Is she more beautiful than me?". E' la "bella" Kate?
"Chi? Oh sì, è Kate, lei ha una bella voce, una voce meravigliosa. Quando siamo insieme cantiamo spesso, abbiamo registrato alcune cose. Lei è una grande fan dei Rolling Stones. Adesso è occupata, mi manca, ma preferisce non vedermi finché non avrà finito la riabilitazione. Ma sta andando bene, andrà tutto bene".
E' vero che lei conosce il nome di chi ha venduto le immagini rubate di Kate che assumeva droga nello studio di registrazione?
"Sì, lo so, so chi è stato, e del resto l'hanno capito tutti, è uno che era vicino a noi, credevo fosse un amico, ma ora avrà il fatto suo".
Non ne rivela il nome, ma è noto che qualche tempo fa Doherty ha licenziato il suo manager, James Mullord, il quale ha negato ogni accusa, sostenendo anzi di aver sempre protetto Pete come fosse un fratello. Di serpenti ce ne sono parecchi intorno a lui. Con Johnny Borrell, il cantante dei Razorlight, ("Un serpente velenoso" lo definisce Doherty) è finita a microfonate. Col vecchio amico dei Libertines, l'ex socio Carl Barat invece, dopo una saga di scontri, risse, denunce, c'è stato un riavvicinamento. Ma ora Pete ha la sua propria band. "Coi Babyshambles è diverso" racconta Doherty "facciamo sul serio, le cose le vogliamo portare fino in fondo. Non mi ero mai sentito prima così in una band. Ogni volta che salgo sul palco sento una scossa, e non ci sono litigi".
Il nuovo disco, possiamo considerarlo un concept album?
"Non ho idea, ho solo messo una canzone dopo l'altra, di fatto mi devi sparare per farmi raccontare una storia fino in fondo. Però potrebbe essere: il produttore, Mick Jones, ha voluto che le cose venissero fuori spontaneamente e poi le ha messe in un certo ordine".
Pete si interrompe, socchiude gli occhi per un attimo. Mr. Doherty? "Mi deve scusare, abbiamo suonato tutta la notte, qui al piano di sopra, ho portato le attrezzature, abbiamo registrato delle cose".
Mick Jones dei Clash. Com'è stato lavorare con lui?
"Ha avuto molta pazienza, ha sopportato lo scandalo delle foto di Kate sui tabloid, le perdite di tempo, l'arresto, tutta quella violenza dei media, è stato bravo, sì, ci ha lasciato liberi, il disco suona come se fossimo lì, in diretta, è esattamente quello che avevo in mente".
Nel disco si avverte un'atmosfera di totale libertà espressiva. Ma il resto del rock non trova sia troppo compromesso con l'industria?
"Il resto del rock? Non so, c'è molto di falso.... per me il mercato non significa nulla, all'inizio coi Babyshambles registravamo cose a casa mia e le mettevamo direttamente in rete".
E ora?
"Non so, non sono particolarmente connesso in questo periodo".
Bussano alla porta. Appare il direttore dell'albergo, un marcantonio nero, molto compassato. Dice: "Questa è l'ultima notte. Domani devi andartene. Neanche in Africa succedono certe cose": Pete risponde dolcemente poi torna a raggomitolarsi sul divano. "È molto arrabbiato. Mi dispiace molto". Sembra davvero contrito, come se non ne potesse più dei guai che si porta dietro. Del resto è stato anche più volte in prigione e questa esperienza lo terrorizza: "È come stare all'inferno sulla terra. La cosa che più mi dava fastidio erano i rumori. La notte erano tremendi". Tira fuori un rosario nero, lo sgrana, ci gioca, ne ha un altro intorno al collo.
Lei è religioso?
"No, non proprio. Mi piace questo oggetto, mi piace toccarlo".
Nel disco ricorre spesso la parola amicizia, lealtà. È la cosa più importante?
"No, non penso, l'amicizia no, la cosa più importante è l'amore, il vero amore".
(27 ottobre 2005)
"La prigione è come stare all'inferno sulla terra"
Genio, poesia e perdizione
Pete Doherty, l'ultimo maledetto
dal nostro inviato GINO CASTALDO
Da ogni suo gesto si intuisce il perché di tanta dissolutezza: si sente un poeta, libero da costrizioni morali. Pete Doherty sembra uscito da un leggendario passato di cantanti rock fatti di genio e perdizione, è femmineo, magrissimo, lo sguardo illuminato da improvvisi bagliori e poi di nuovo sepolto in una svagata e assente trance. Figlio di un maggiore dell'esercito britannico, a sedici anni ha vinto un concorso di poesia e fa continui riferimenti alla cultura francese. Curiose coincidenze con la figura di Jim Morrison. Doherty è a suo modo delicato, fragile come un giunco allampanato, un viso d'angelo coi denti sporchi e le dita annerite.
Nel primo brano del Cd, "La belle et la bête", una voce femminile canta: "Is she more beautiful than me?". E' la "bella" Kate?
"Chi? Oh sì, è Kate, lei ha una bella voce, una voce meravigliosa. Quando siamo insieme cantiamo spesso, abbiamo registrato alcune cose. Lei è una grande fan dei Rolling Stones. Adesso è occupata, mi manca, ma preferisce non vedermi finché non avrà finito la riabilitazione. Ma sta andando bene, andrà tutto bene".
E' vero che lei conosce il nome di chi ha venduto le immagini rubate di Kate che assumeva droga nello studio di registrazione?
"Sì, lo so, so chi è stato, e del resto l'hanno capito tutti, è uno che era vicino a noi, credevo fosse un amico, ma ora avrà il fatto suo".
Non ne rivela il nome, ma è noto che qualche tempo fa Doherty ha licenziato il suo manager, James Mullord, il quale ha negato ogni accusa, sostenendo anzi di aver sempre protetto Pete come fosse un fratello. Di serpenti ce ne sono parecchi intorno a lui. Con Johnny Borrell, il cantante dei Razorlight, ("Un serpente velenoso" lo definisce Doherty) è finita a microfonate. Col vecchio amico dei Libertines, l'ex socio Carl Barat invece, dopo una saga di scontri, risse, denunce, c'è stato un riavvicinamento. Ma ora Pete ha la sua propria band. "Coi Babyshambles è diverso" racconta Doherty "facciamo sul serio, le cose le vogliamo portare fino in fondo. Non mi ero mai sentito prima così in una band. Ogni volta che salgo sul palco sento una scossa, e non ci sono litigi".
Il nuovo disco, possiamo considerarlo un concept album?
"Non ho idea, ho solo messo una canzone dopo l'altra, di fatto mi devi sparare per farmi raccontare una storia fino in fondo. Però potrebbe essere: il produttore, Mick Jones, ha voluto che le cose venissero fuori spontaneamente e poi le ha messe in un certo ordine".
Pete si interrompe, socchiude gli occhi per un attimo. Mr. Doherty? "Mi deve scusare, abbiamo suonato tutta la notte, qui al piano di sopra, ho portato le attrezzature, abbiamo registrato delle cose".
Mick Jones dei Clash. Com'è stato lavorare con lui?
"Ha avuto molta pazienza, ha sopportato lo scandalo delle foto di Kate sui tabloid, le perdite di tempo, l'arresto, tutta quella violenza dei media, è stato bravo, sì, ci ha lasciato liberi, il disco suona come se fossimo lì, in diretta, è esattamente quello che avevo in mente".
Nel disco si avverte un'atmosfera di totale libertà espressiva. Ma il resto del rock non trova sia troppo compromesso con l'industria?
"Il resto del rock? Non so, c'è molto di falso.... per me il mercato non significa nulla, all'inizio coi Babyshambles registravamo cose a casa mia e le mettevamo direttamente in rete".
E ora?
"Non so, non sono particolarmente connesso in questo periodo".
Bussano alla porta. Appare il direttore dell'albergo, un marcantonio nero, molto compassato. Dice: "Questa è l'ultima notte. Domani devi andartene. Neanche in Africa succedono certe cose": Pete risponde dolcemente poi torna a raggomitolarsi sul divano. "È molto arrabbiato. Mi dispiace molto". Sembra davvero contrito, come se non ne potesse più dei guai che si porta dietro. Del resto è stato anche più volte in prigione e questa esperienza lo terrorizza: "È come stare all'inferno sulla terra. La cosa che più mi dava fastidio erano i rumori. La notte erano tremendi". Tira fuori un rosario nero, lo sgrana, ci gioca, ne ha un altro intorno al collo.
Lei è religioso?
"No, non proprio. Mi piace questo oggetto, mi piace toccarlo".
Nel disco ricorre spesso la parola amicizia, lealtà. È la cosa più importante?
"No, non penso, l'amicizia no, la cosa più importante è l'amore, il vero amore".
(27 ottobre 2005)
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domenica 10 dicembre 2006
In Bloom
NIRVANA
In bloomSell the kids for food.
Weather changes moods.
Spring is here again.
Reproductive glands.
He's the one who likes all the pretty songs.
And he likes to sing along.
And he likes to shoot his gun.
But he knows not what it mean.
Knows not what it mean.
And I say yeah.
We can have some more.
Nature is a whore.
Bruises on the fruit.
Tender age in bloom.
In fiore
Vendi i bambini per mangiare.
Il tempo cambia gli umori.
La primavera è di nuovo arrivata.
Ghiandole riproduttive.
Lui è quello che ama tutte le canzoni carine.
E ama cantarle a squarciagola.
E gli piace sparare con la sua pistola.
Ma non sa cosa significhi tutto questo.
Non lo sa cosa significhi.
E io dico yeah.
Potremmo avere qualcosa di più.
Madre Natura è una troia.
Ammaccature sul frutto.
Tenera età in fiore.
sabato 9 dicembre 2006
Vertigo
THE LIBERTINES
VertigoKoreema know just what it is she does
It cant be hard for her to get a buzz
Down in the street below
You can hear the drunken archangel sing
"I know whats on your mind my boy
I can see oh everything
Lead pipes are fortune made
Well Take a tip from me
Climb up to her window ledge or you'll forever be
Just walking under ladders as the people round you hear you crying please
As the people round you hear you crying please
Please"
"Lead pipes are fortune made
Well Take a tip from me
Climb up to her window ledge or you'll forever be
Just walking under ladders as the people round you hear you crying please
As the people round you hear you crying please
Please"
Who really knows just what it is she does
It cant be hard for her
To get a buzz
The rapture of vertigo
And letting go
Me myself i was never sure
Was it the liquor
Or was it my soul?
Vertigine
Koreema sa solo cos'è quello che fa
Non dev'essere difficile per lei ottenere una conversazione
Laggiù in strada
Tu puoi sentire cantare l'arcangelo ubriaco
"Io so cosa ti passa per la mente, ragazzo mio
Io posso vedere oh tutto quanto
I conduttori isolati sono i creatori della Sorte
Quindi lasciami una mancia
Arrampicati sul davanzale della sua finestra o resterai per sempre
Camminando sotto le scale mentre la gente intorno ti sente supplicare aiuto
Mentre la gente intorno ti sente supplicare aiuto
Aiuto"
"I conduttori isolati sono i creatori della Sorte
Quindi lasciami una mancia
Arrampicati sul davanzale della sua finestra o resterai per sempre
Camminando sotto le scale mentre la gente intorno ti sente supplicare aiuto
Mentre la gente intorno ti sente supplicare aiuto
Aiuto"
Chi sa cos'è veramente quello che fa
Non dev'essere difficile per lei
ottenere una conversazione
L'estasi della vertigine
E lasciar correre
Me, me stesso, io non sono mai stato sicuro
Era il liquore
o la mia anima?
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domenica 3 dicembre 2006
The Libertines - Up the Bracket
THE LIBERTINES - UP THE BRACKET (2003)
Se Pete Doherty è considerato uno dei personaggi più significativi della musica rock attuale, la cosa non si deve solo al suo stile di vita che definire sregolato è un eufemismo o alla sua relazione con la modella strapagata Kate Moss. Pete fino al 2004 è stato anche il frontman di una band (i Libertines, formati oltre a lui da Carl Barat, John Hassall e Gay Powell) che di fatto non ha inventato nulla nella storia del rock, ma è riuscita a portare sulla scia dei newyorkesi Strokes una sferzata di freschezza e di irruenti ballate post-punk ad una scena (quella inglese degli ultimi vent'anni) che di musica rock sanguigna e insolente, ma contemporaneamente armoniosa e trascinante, ha sentito clamorosamente la mancanza, dopo l'età dell'oro del Settantasette caratterizzata da band come Sex Pistols, Clash, Adverts e Smiths.
Il loro disco d'esordio, "Up the Bracket", prodotto dall'ex Clash Mick Jones, esce nel 2003 e fa subito il botto, ricevendo ottime recensioni da parte della critica e facendo diventare i Libertines una delle band più interessanti del panorama mondiale, in grado di tenere vivo con un'altra manciata di gruppi (i già nominati Strokes, i Vines, gli Hives, i Datsuns) lo spirito del rock'n'roll più seminale e "garagelandiano" in un'epoca in cui le sonorità che spopolano tra i giovani sono riconducibili alle pseudo-musiche truzze-discotecare.
E se da una parte il fautore di questo splendido album è il già menzionato Pete Doherty, dall'altra quest'ultimo deve dividere la scena principale con un'altra personalità di spicco, il suo migliore amico Carl Barat, autore di più della metà dei pezzi contenuti in questo disco. I due sono molto diversi come carattere, quasi complementari, ed è questo probabilmente che porterà la band allo sfascio qualche mese più tardi. L'album è senza mezzi termini un capolavoro: raramente una band europea da vent'anni a questa parte ha saputo unire con più naturalezza ed armonia l'irruenza del punk (pre)settantasettino e la vena romantica e introspettiva che troppo spesso mancava a quella scena: e se non di rado i Libertines sono stati etichettati dalle riviste e dalle fanzine come "i nuovi Clash", probabilmente sarebbe più sensato annotare tra le influenze dei quattro nomi come New York Dolls, Stooges, Richard Hell, Heartbreakers, Ramones, tutte band insomma della scena proto-punk newyorkese degli anni Settanta.
Pete Doherty (che è un vero e proprio poeta maledetto, poeta ancora prima di cantante e chitarrista: non a caso "I fiori del male" di Charles Baudelaire figura tra i suoi libri preferiti e alla tenera età di 16 anni vinse anche un concorso di poesia) possiede un grande talento nell'unire queste due componenti, anche se preferibilmente (e forse anche un po' inaspettatamente) si dedica con più frequenza alla stesura di ballate intimiste e disincantate, che fanno venire i brividi lungo la colonna vertebrale a sentirle: la sua voce calda è davvero capace di emozionare chiunque sia quando descrive un ipotetico viaggio attraverso tutto il globo terrestre nella celeberrima "Radio America", sia quando racconta con malinconia e rassegnazione il cinismo e la cieca indifferenza che sembra andare sempre più di moda nei meccanismi della società attuale nella struggente "Tell the king", episodio che fornisce nell'ultima strofa un fedele quadretto autobriografico dello stesso Pete, ragazzo fragile che si è "fumato la vita, vivendo sulle rovine di un castello edificato sulla sabbia". Ma non di sole ballate vive una rock band, e allora ecco lo sfrontato frontman lanciarsi in veri e propri deliri dal retrogusto punk, come per esempio l'opening-track "Vertigo", canzone che parla dello stato di ebrezza causato dall'alcool e delle sue conseguenze o nella traccia finale "The good old days", nella quale con un aforisma che è già leggenda Pete manifesta la propria visione della vita affermando: "Se hai perso la fede nell'amore e nella musica, la fine non dev'essere lontana". Ma il capolavoro dohertiano dell'album è probabilmente quella "Time for heroes" che non a caso è stata scelta come primo singolo, una poesia strafottente ma nello stesso tempo toccante ispirata dalle liriche riottose dei Clash di Joe Strummer, nella quale Pete racconta un terrificante quadretto di una manifestazione di protesta ("Siamo stati spalati come letame/Abbiamo messo la notte e ferro e fuoco/Ventri sanguinano, manganelli e scudi"), critica la mediocrità della consapevolezza sociale dei giovani d'oggi ("Ci sono panorami un po' meno ristretti di quello/Di un inglesotto con un cappellino da baseball") e si arrende nella consapevolezza -ma anche nell'orgoglio- di una ristretta mobilità sociale nella società attuale ("Moriremo nel ceto dove siamo nati"). E se in "Death on the stairs" Doherty propone una filastrocca nella quale le liriche paradossali e la melodia in levare si discostano fin dall'inizio, nel secondo singolo, l'irruente title-track "Up the bracket", manifesta la sua devozione al rock'n'roll più incalzante e sguaiato.
Carl Barat invece è più esuberante, meno fragile e introspettivo e ama darci dentro con la chitarra: lo si capisce anche ascoltando alcuni pezzi che lo vedono al microfono principale: in "Horror Show" si candida a novello Richard Hell sgolandosi per manifestare la sua delusione per un mondo che non va come dovrebbe andare ("Lei mi ha detto/Ti mostrerò un immagine/Un immagine di domani/Non c'è niente di cambiato/E' tutto dolore"), così come in "The boy looked at Johnny" Carl prende ancora in prestito l'impronta vocale del newyorkese Richard per portare in scena un becero quadretto della notte sbandata della Grande Mela e della Soho londinese ("New York è così bella di notte/Ma non ti dimenticare Soho"). E se "Begging" è una tipica canzone di british rock, nella sarcastica "Boys in the band" Barat critica le rockstar del giorno d'oggi, più interessati al risultato delle vendite che non all'attitudine e alla sostanza ("So che ti piace la sterzata di una limousine").
I Libertines pubblicheranno ancora un album, nel 2004, intitolato semplicemente con il loro nome, meno aggressivo e perfetto nella forma ma non per questo meno valido; qualche mese dopo la pubblicazione avviene lo sfaldamento della band in seguito ad un litigio tra Pete (che a a formare i Babyshambles) e Carl, ma voci di corridoio parlano di un recente riavvicinamento dei due in vista di un nuovo progetto futuro. Libertines 2? Si vedrà, per il momento godiamoci questo gioiello.
voto: 9

Il loro disco d'esordio, "Up the Bracket", prodotto dall'ex Clash Mick Jones, esce nel 2003 e fa subito il botto, ricevendo ottime recensioni da parte della critica e facendo diventare i Libertines una delle band più interessanti del panorama mondiale, in grado di tenere vivo con un'altra manciata di gruppi (i già nominati Strokes, i Vines, gli Hives, i Datsuns) lo spirito del rock'n'roll più seminale e "garagelandiano" in un'epoca in cui le sonorità che spopolano tra i giovani sono riconducibili alle pseudo-musiche truzze-discotecare.
E se da una parte il fautore di questo splendido album è il già menzionato Pete Doherty, dall'altra quest'ultimo deve dividere la scena principale con un'altra personalità di spicco, il suo migliore amico Carl Barat, autore di più della metà dei pezzi contenuti in questo disco. I due sono molto diversi come carattere, quasi complementari, ed è questo probabilmente che porterà la band allo sfascio qualche mese più tardi. L'album è senza mezzi termini un capolavoro: raramente una band europea da vent'anni a questa parte ha saputo unire con più naturalezza ed armonia l'irruenza del punk (pre)settantasettino e la vena romantica e introspettiva che troppo spesso mancava a quella scena: e se non di rado i Libertines sono stati etichettati dalle riviste e dalle fanzine come "i nuovi Clash", probabilmente sarebbe più sensato annotare tra le influenze dei quattro nomi come New York Dolls, Stooges, Richard Hell, Heartbreakers, Ramones, tutte band insomma della scena proto-punk newyorkese degli anni Settanta.
Pete Doherty (che è un vero e proprio poeta maledetto, poeta ancora prima di cantante e chitarrista: non a caso "I fiori del male" di Charles Baudelaire figura tra i suoi libri preferiti e alla tenera età di 16 anni vinse anche un concorso di poesia) possiede un grande talento nell'unire queste due componenti, anche se preferibilmente (e forse anche un po' inaspettatamente) si dedica con più frequenza alla stesura di ballate intimiste e disincantate, che fanno venire i brividi lungo la colonna vertebrale a sentirle: la sua voce calda è davvero capace di emozionare chiunque sia quando descrive un ipotetico viaggio attraverso tutto il globo terrestre nella celeberrima "Radio America", sia quando racconta con malinconia e rassegnazione il cinismo e la cieca indifferenza che sembra andare sempre più di moda nei meccanismi della società attuale nella struggente "Tell the king", episodio che fornisce nell'ultima strofa un fedele quadretto autobriografico dello stesso Pete, ragazzo fragile che si è "fumato la vita, vivendo sulle rovine di un castello edificato sulla sabbia". Ma non di sole ballate vive una rock band, e allora ecco lo sfrontato frontman lanciarsi in veri e propri deliri dal retrogusto punk, come per esempio l'opening-track "Vertigo", canzone che parla dello stato di ebrezza causato dall'alcool e delle sue conseguenze o nella traccia finale "The good old days", nella quale con un aforisma che è già leggenda Pete manifesta la propria visione della vita affermando: "Se hai perso la fede nell'amore e nella musica, la fine non dev'essere lontana". Ma il capolavoro dohertiano dell'album è probabilmente quella "Time for heroes" che non a caso è stata scelta come primo singolo, una poesia strafottente ma nello stesso tempo toccante ispirata dalle liriche riottose dei Clash di Joe Strummer, nella quale Pete racconta un terrificante quadretto di una manifestazione di protesta ("Siamo stati spalati come letame/Abbiamo messo la notte e ferro e fuoco/Ventri sanguinano, manganelli e scudi"), critica la mediocrità della consapevolezza sociale dei giovani d'oggi ("Ci sono panorami un po' meno ristretti di quello/Di un inglesotto con un cappellino da baseball") e si arrende nella consapevolezza -ma anche nell'orgoglio- di una ristretta mobilità sociale nella società attuale ("Moriremo nel ceto dove siamo nati"). E se in "Death on the stairs" Doherty propone una filastrocca nella quale le liriche paradossali e la melodia in levare si discostano fin dall'inizio, nel secondo singolo, l'irruente title-track "Up the bracket", manifesta la sua devozione al rock'n'roll più incalzante e sguaiato.
Carl Barat invece è più esuberante, meno fragile e introspettivo e ama darci dentro con la chitarra: lo si capisce anche ascoltando alcuni pezzi che lo vedono al microfono principale: in "Horror Show" si candida a novello Richard Hell sgolandosi per manifestare la sua delusione per un mondo che non va come dovrebbe andare ("Lei mi ha detto/Ti mostrerò un immagine/Un immagine di domani/Non c'è niente di cambiato/E' tutto dolore"), così come in "The boy looked at Johnny" Carl prende ancora in prestito l'impronta vocale del newyorkese Richard per portare in scena un becero quadretto della notte sbandata della Grande Mela e della Soho londinese ("New York è così bella di notte/Ma non ti dimenticare Soho"). E se "Begging" è una tipica canzone di british rock, nella sarcastica "Boys in the band" Barat critica le rockstar del giorno d'oggi, più interessati al risultato delle vendite che non all'attitudine e alla sostanza ("So che ti piace la sterzata di una limousine").
I Libertines pubblicheranno ancora un album, nel 2004, intitolato semplicemente con il loro nome, meno aggressivo e perfetto nella forma ma non per questo meno valido; qualche mese dopo la pubblicazione avviene lo sfaldamento della band in seguito ad un litigio tra Pete (che a a formare i Babyshambles) e Carl, ma voci di corridoio parlano di un recente riavvicinamento dei due in vista di un nuovo progetto futuro. Libertines 2? Si vedrà, per il momento godiamoci questo gioiello.
voto: 9
"He drinks and smokes his cares away
His heart is in the lonely way
Living in the ruins
Of a castle built on sand"
His heart is in the lonely way
Living in the ruins
Of a castle built on sand"
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giovedì 30 novembre 2006
martedì 21 novembre 2006
Dee Dee Ramone
5 (+1) foto bellissime del rimpianto bassista dei Ramones:
1 - Agli esordi
2 - Giovane
3 - A fine carriera
4 - Adulto
5 - Peluche :))
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