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martedì 7 agosto 2007
Stooges
Detroit, 1969. Aridi deserti di cemento. Il boom industriale produce lamiere di automobili che non fanno che aumentare la già rovente atmosfera che aleggia sulla city. Non c'è aria. Non si respira più. Un lamento strozzato viene vomitato dalla gola di uno dei tanti che si ritrova con i piedi nel fango a poco più di vent'anni. No fun, canta. Nessuno svago. La decadenza della società moderna lascia l'uomo arido, senza alcuno scopo nella sua esistenza o perlomeno senza alcuno stimolo per trovarne uno. Stiamo cadendo. Ogni giorno scendiamo di un gradino verso l'inferno. Chi lo diceva? Baudelaire. Ecco, Iggy si fa poeta maledetto della sua generazione. Una generazione di fantasmi metropolitani per i quali il real cool time è un miraggio, e lo è ancora prima di averlo mai sperimentato. L'insopportabile cappa d'afa si fonde con il fetore nauseabondo dei motel. Motel dove si consumano fugaci amplessi e squallidi momenti di condivisione carnale. Bambolina, voglio essere il tuo cane. Bambolina, Ann. Tutti fantasmi di un arido deserto di cemento. E il grido stridente si perde nel vento. Pardon, nella cappa d'afa di ua metropoli fantasma.
venerdì 27 aprile 2007
Jesse Malin - Glitter in the Gutter
voto: 8
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jesse malin,
musica,
recensione,
rock
sabato 6 gennaio 2007
The Stooges - The Stooges
THE STOOGES
The Stooges (1969)
***** 90/100
Alla domanda “Chi ha inventato il punk?” le risposte della gente sono le più disparate: i più ignoranti in materia andranno sul sicuro affermando fieri “I Sex Pistols, naturale!”, quelli già più ferrati in materia nomineranno i Ramones e la scena newyorkese del CBGB, arretrando ulteriormente fino al 1973, anno di uscita del primo album dei New York Dolls. I più probabilmente si fermeranno qui, ma pochi sanno che il punk fu inventato nel 1969 e non nella New York brulicante di band rock'n'roll/garage né tantomeno nella Londra bruciante, bensì nella “città delle macchine”, la città della disoccupazione crescente e della noia generazionale: Detroit.
E' proprio a Detroit che nascono gli Stooges, gruppo guidato dal frontman Iggy Pop (che definire carismatico è un eufemismo) che sul finire degli anni Sessanta cambiò il corso della storia della musica, proponendo una personale rivisitazione del rock degli anni Sessanta, Jimi Hendrix e i Doors, esasperandone la componente decadentista e sguaiatamente disperata.
“The Stooges”, semplicemente così si intitola il primo album dei quattro, è il manifesto della noia e dell'insoddisfazione generazionale cui la band dell'”Iguana” si fanno portabandiera, un'esplorazione negli anfratti più oscuri e desolanti della psiche umana, una caduta senza appigli nelle bolge infernali, dove non c'è alcuna speranza di salvezza o di auto-realizzazione.
Tutto appare già chiaro fin dal primo riff di chitarra dell'album, quello che dà il via alla opening-track “1969”: la chitarra è distorta come non mai e magnificamente rappresenta la frustrazione di una generazione di sconfitti ancora prima di nascere, una generazione “no future”, così come la nomineranno poi i Sex Pistols, quasi un decennio dopo; tutta l'insoddisfazione della band è rappresentata divinamente dalla voce sguaiata di Iggy Pop che pronuncia con disillusione la frase culminante: “It's another year for me and you/Another year with nothing to do“ (“E' un altro anno per me e per te/un altro anno senza niente da fare”). Con la seconda traccia si toccano gli apici della depravazione e della ricerca di un'anarchia autodistruttiva: “I Wanna Be Your Dog” è il manifesto perfetto del punk-prima-del-punk, una canzone violentissima caratterizzata da un riff paurosamente compatto e ipnotico, che ci trasporta direttamente al centro di un vortice di eccessi ed esagerazioni; il pezzo esplode con il furente ritornello che ripete per tre volte di fila, con rabbia sempre maggiore, l'aspirazione di Iggy a ridursi ad un oggetto di sfogo sessuale, sebbene poi nella seconda strofa venga fuori tutta la poetica quasi decadentista dell'”Iguana” (“Now I'm ready to close my eyes/And now I'm ready to close my mind/And now I'm ready to feel your hand/And lose my heart on the burning sands”, ovvero “Adesso sono pronto a chiudere gli occhi/E adesso sono pronto a non pensare più a niente/E adesso sono pronto a sentire la tua mano/E a perdere il mio cuore tra le sabbie roventi”).
Il terzo episodio dell'album, “We Will Fall” è un pezzo tantra lungo dieci minuti che ricorda i deliri di Jim Morrison: sembra di essere in mezzo ad una seduta spiritica nella quale l'”Iguana” è il medium, un medium dannatamente inquietante che ci racconta le sue aspirazione di uno squallido amore consumato nella stanza 121 di un infimo motel, chiudendo il brano con una frustrante considerazione: sono le sei del mattino, è tempo di chiudere questa parentesi amorosa e di ritornare alla noia di tutti i giorni, addio.
Si ritorna al punk con “No Fun”, tanto è vero che i Sex Pistols chiusero il proprio ultimo concerto proprio con questa cover: nella prima parte della canzone Iggy, sempre supportato strumentalmente dai suoi degni accompagnatori, ci mostra l'inutilità e la disperata solitudine del genere umano (“No fun to hang around/Feeling that same old way”, “Nessun divertimento ad andare in giro/Sentendosi sempre allo stesso modo”), nella seconda strofa invece, dopo aver ribadito il concetto, lancia una disillusa invettiva al ritmo della vita di tutti i giorni, che non fa altro che aumentare la frustrazione di una vita senza realizzazioni (“Well maybe go out/Maybe stay home/Maybe call Mom on the telephone/Well come on, well come on, well come on..........”, ovvero “Potrei uscire/Potrei stare a casa/Potrei chiamare mamma al telefono/Andiamo avanti così, andiamo avanti così, andiamo avanti così........”).
Con “Real Cool Time” ritorna in primo piano il desiderio di amore, o meglio di sesso, di Iggy Pop, il quale canta (o meglio: ulula) con la solita intonazione tediosa la sua brama di fissare un appuntamento: lo stesso concetto si ripete per tutta la canzone, per mettere in risalto la disperata ricerca di emozioni che alla finesi risolvono sempre in un circolo vizioso, quello dell'insoddisfazione più pesante, quello della continua ricerca di emozioni e della continua disillusione di essi. Con “Ann” i toni si smorzano e Iggy Pop ritorna a fare il Jim Morrison, anche per quanto riguarda le liriche: è pura poesia, anche se si intravede sempre in qualche modo la frustrazione di un desiderio che non potrà mai appagare fino in fondo sé stesso (“I looked into your cool cool eyes/I felt so fine, I felt so fine/I floated in your swimming pools/I felt so weak, I felt so blue”, che suona come: “Ho guardato dentro i tuoi gelidi, gelidi occhi/Mi sono sentito così bene, così bene/Ho galleggiato nelle tue piscine/Mi sono sentito così debole, così triste”).
Il tema dell'amore non corrisposto e della disillusione dei desideri insiti nella natura umana ritorna anche nella seguente “Not Right”, nella quale Iggy con il solito tedio pronuncia svogliato le solite rime di desolazione (“I want somehing I want something tonight/But she can't help because she's not right/No, no, no, no/It's always, it's always this way”, tradotto: “Voglio qualcosa, vogli qualcosa questa notte/Ma lei non puoi aiutarmi perchè non è a posto/No, no, no, no/E' sempre, è sempre la stessa menata”). Lo stesso tema conclude anche l'album in un apice di depravazione e degenerazione, quella “Little Doll” in cui Iggy narra il suo massimo momento di realizzazione, una nottata passata con una “bambolina”, una prostituta, unico spicchio di felicità (apparente) in una vita caratterizzata da frustrazioni e insoddisfazioni (“You're the one who makes me sing/Bring happiness and everythin/You're the only real one/A real way to have some fun”, “Tu sei la sola che mi fa cantare/Che mi ha portato felicità e tutto il resto/Tu sei la sola reale/Un modo reale di divertirsi almeno un po'”).
Cala il sipario su questo capolavoro del rock'n'roll più selvaggio e depravato, del punk ante-litteram, ma anche della poesia decadente più intimista fatta musica.
Iggy oggi, dopo quasi quarant'anni, a sessant'anni suonati, è ancora “on the road” ed è sempre più animale da palco: non è un'esagerazione affermare che sia lui il vero re del rock'n'roll.
LINE-UP:
Iggy Pop – voce
Ron Asheton – chitarra
Dave Alexander – basso
Scott Asheton – batteria
TRACKLIST:
1. 1969
2. I wanna be your dog
3. We will fall
4. No fun
5. Real cool time
6. Ann
7. Not right
8. Little doll
The Stooges (1969)
***** 90/100
E' proprio a Detroit che nascono gli Stooges, gruppo guidato dal frontman Iggy Pop (che definire carismatico è un eufemismo) che sul finire degli anni Sessanta cambiò il corso della storia della musica, proponendo una personale rivisitazione del rock degli anni Sessanta, Jimi Hendrix e i Doors, esasperandone la componente decadentista e sguaiatamente disperata.
“The Stooges”, semplicemente così si intitola il primo album dei quattro, è il manifesto della noia e dell'insoddisfazione generazionale cui la band dell'”Iguana” si fanno portabandiera, un'esplorazione negli anfratti più oscuri e desolanti della psiche umana, una caduta senza appigli nelle bolge infernali, dove non c'è alcuna speranza di salvezza o di auto-realizzazione.
Tutto appare già chiaro fin dal primo riff di chitarra dell'album, quello che dà il via alla opening-track “1969”: la chitarra è distorta come non mai e magnificamente rappresenta la frustrazione di una generazione di sconfitti ancora prima di nascere, una generazione “no future”, così come la nomineranno poi i Sex Pistols, quasi un decennio dopo; tutta l'insoddisfazione della band è rappresentata divinamente dalla voce sguaiata di Iggy Pop che pronuncia con disillusione la frase culminante: “It's another year for me and you/Another year with nothing to do“ (“E' un altro anno per me e per te/un altro anno senza niente da fare”). Con la seconda traccia si toccano gli apici della depravazione e della ricerca di un'anarchia autodistruttiva: “I Wanna Be Your Dog” è il manifesto perfetto del punk-prima-del-punk, una canzone violentissima caratterizzata da un riff paurosamente compatto e ipnotico, che ci trasporta direttamente al centro di un vortice di eccessi ed esagerazioni; il pezzo esplode con il furente ritornello che ripete per tre volte di fila, con rabbia sempre maggiore, l'aspirazione di Iggy a ridursi ad un oggetto di sfogo sessuale, sebbene poi nella seconda strofa venga fuori tutta la poetica quasi decadentista dell'”Iguana” (“Now I'm ready to close my eyes/And now I'm ready to close my mind/And now I'm ready to feel your hand/And lose my heart on the burning sands”, ovvero “Adesso sono pronto a chiudere gli occhi/E adesso sono pronto a non pensare più a niente/E adesso sono pronto a sentire la tua mano/E a perdere il mio cuore tra le sabbie roventi”).
Il terzo episodio dell'album, “We Will Fall” è un pezzo tantra lungo dieci minuti che ricorda i deliri di Jim Morrison: sembra di essere in mezzo ad una seduta spiritica nella quale l'”Iguana” è il medium, un medium dannatamente inquietante che ci racconta le sue aspirazione di uno squallido amore consumato nella stanza 121 di un infimo motel, chiudendo il brano con una frustrante considerazione: sono le sei del mattino, è tempo di chiudere questa parentesi amorosa e di ritornare alla noia di tutti i giorni, addio.
Si ritorna al punk con “No Fun”, tanto è vero che i Sex Pistols chiusero il proprio ultimo concerto proprio con questa cover: nella prima parte della canzone Iggy, sempre supportato strumentalmente dai suoi degni accompagnatori, ci mostra l'inutilità e la disperata solitudine del genere umano (“No fun to hang around/Feeling that same old way”, “Nessun divertimento ad andare in giro/Sentendosi sempre allo stesso modo”), nella seconda strofa invece, dopo aver ribadito il concetto, lancia una disillusa invettiva al ritmo della vita di tutti i giorni, che non fa altro che aumentare la frustrazione di una vita senza realizzazioni (“Well maybe go out/Maybe stay home/Maybe call Mom on the telephone/Well come on, well come on, well come on..........”, ovvero “Potrei uscire/Potrei stare a casa/Potrei chiamare mamma al telefono/Andiamo avanti così, andiamo avanti così, andiamo avanti così........”).
Con “Real Cool Time” ritorna in primo piano il desiderio di amore, o meglio di sesso, di Iggy Pop, il quale canta (o meglio: ulula) con la solita intonazione tediosa la sua brama di fissare un appuntamento: lo stesso concetto si ripete per tutta la canzone, per mettere in risalto la disperata ricerca di emozioni che alla finesi risolvono sempre in un circolo vizioso, quello dell'insoddisfazione più pesante, quello della continua ricerca di emozioni e della continua disillusione di essi. Con “Ann” i toni si smorzano e Iggy Pop ritorna a fare il Jim Morrison, anche per quanto riguarda le liriche: è pura poesia, anche se si intravede sempre in qualche modo la frustrazione di un desiderio che non potrà mai appagare fino in fondo sé stesso (“I looked into your cool cool eyes/I felt so fine, I felt so fine/I floated in your swimming pools/I felt so weak, I felt so blue”, che suona come: “Ho guardato dentro i tuoi gelidi, gelidi occhi/Mi sono sentito così bene, così bene/Ho galleggiato nelle tue piscine/Mi sono sentito così debole, così triste”).
Il tema dell'amore non corrisposto e della disillusione dei desideri insiti nella natura umana ritorna anche nella seguente “Not Right”, nella quale Iggy con il solito tedio pronuncia svogliato le solite rime di desolazione (“I want somehing I want something tonight/But she can't help because she's not right/No, no, no, no/It's always, it's always this way”, tradotto: “Voglio qualcosa, vogli qualcosa questa notte/Ma lei non puoi aiutarmi perchè non è a posto/No, no, no, no/E' sempre, è sempre la stessa menata”). Lo stesso tema conclude anche l'album in un apice di depravazione e degenerazione, quella “Little Doll” in cui Iggy narra il suo massimo momento di realizzazione, una nottata passata con una “bambolina”, una prostituta, unico spicchio di felicità (apparente) in una vita caratterizzata da frustrazioni e insoddisfazioni (“You're the one who makes me sing/Bring happiness and everythin/You're the only real one/A real way to have some fun”, “Tu sei la sola che mi fa cantare/Che mi ha portato felicità e tutto il resto/Tu sei la sola reale/Un modo reale di divertirsi almeno un po'”).
Cala il sipario su questo capolavoro del rock'n'roll più selvaggio e depravato, del punk ante-litteram, ma anche della poesia decadente più intimista fatta musica.
Iggy oggi, dopo quasi quarant'anni, a sessant'anni suonati, è ancora “on the road” ed è sempre più animale da palco: non è un'esagerazione affermare che sia lui il vero re del rock'n'roll.
LINE-UP:
Iggy Pop – voce
Ron Asheton – chitarra
Dave Alexander – basso
Scott Asheton – batteria
TRACKLIST:
1. 1969
2. I wanna be your dog
3. We will fall
4. No fun
5. Real cool time
6. Ann
7. Not right
8. Little doll
giovedì 28 dicembre 2006
Marty
Marty
Gennaio 2007: Albo mensile #244, Marty. Soggetto: Tiziano Sclavi e Cristina Neri; Sceneggiatura: Tiziano Sclavi; Disegni: Giampiero Casertano; Copertina: Angelo Stano. ♠♠♠♠♠
Julian Kidd è giovane, bello, ricco e molto, molto vendicativo! Non provate ad essere scortesi, con lui… la paghereste cara, facendo una fine poco piacevole, probabilmente bagnata dal vostro stesso sangue! Marty Kevorkian è un pensionato, grassoccio e dall’aria un po’ triste. Di carattere mansueto, vive in un’abitazione modesta e sulla sua agendina ha scritto il nome di un solo amico: Dylan Dog. Può esserci un legame tra due vite così distanti come quelle di Julian e di Marty? E perché Dylan, in questi giorni, è colto da una profonda malinconia?...Terzo albo firmato Tiziano Sclavi —che succede a Ucronìa (#240) e L'assassino è tra noi (#243)— dopo il suo acclamato ritorno del 2006 alla scrittura per l'Indagatore dell'Incubo. E se con il suo primo lavoro aveva lasciato intravedere il suo stile classico senza tuttavia far gridare al capolavoro e col secondo era riuscito a dividere le opinioni dei fan dylaniati tra chi gridava al capolavoro e chi al plagio meschino, con questo Marty possiamo affermare senza esagerazioni che se Tiziano non ha sfornato un capolavoro ci siamo comunque davvero vicini.
Il soggetto non è originale ma è quello che desideriamo che Sclavi ci metta davanti agli occhi come nei bei tempi che furono: in un'era caratterizzata da un Dylan sempre più alle prese con thriller gialli (Barbato) e giochini "trova-il-colpevole-prima-di-pagina-90" (Ruju), Sclavi ci mette ancora una volta di fronte a uno degli orrori più grandi dell'umanità: l'indifferenza, l'emarginazione, l'odio, la non-vita. L'empatia.
La sceneggiatura è magistrale —ogni singola battuta è studiata con cura e la storia è appassionante come raramente succede— e la trama si divide su tre livelli: i pensieri di Dylan, la vita di Marty e i delitti di Julian; livelli che alla fine coincideranno in uno unico, culminando in un finale veramente ardito.
Infatti, come nello scorso albo (L'assassino è tra noi, #243) ci troviamo di fronte ad un finale spiazzante, che mette in discussione tutto quanto detto in novanta pagine. Ma è un finale più positivo o più negativo di quanto immaginavamo? Voglio dire, è cosa peggiore che ci sia veramente un tale che uccide senza pietà o il fatto che chiunque, CHIUNQUE, anche un mansueto vecchietto come Marty, possa odiare, desiderare e immaginare la morte di qualcuno, volere vendetta sanguinaria e trarre godimento da ciò?
La verità è che questa seconda opzione è molto più terribile, è una sorta di disillusione totale verso il genere umano, una sorta di "bug" inserito in ognuno di noi dalle circostanze e dalle occasioni della vita, ma -diciamo così- il tessuto cerebrale umano è un campo fertilissimo per il seme dell'odio e della violenza.
Bentornato Tiz.
voto: 9
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recensione
domenica 10 dicembre 2006
TCM: The Beginning
Non Aprite Quella Porta: L'Inizio
TRAMA_
I fratelli Dean ed Eric Hill stanno per andare a combattere in Vietnam e prima di raggiungere i loro battaglioni decidono di regalarsi una vacanza spensierata in Texas insieme alle loro ragazze, Bailey e Chrissie. In realtà, per il giovane Dean lo scopo del viaggio è anche quello di trovare una via per disertare e riuscire a convincere suo fratello maggiore, già arruolato nel corpo dei Marines, a non partecipare alla guerra. Purtroppo, quello che inizia come un viaggio tranquillo e sereno si trasforma per le due coppie in un incubo...
COMMENTO_
Visto ieri sera al cinema. Ad opera di Jonathan Liebesman ecco la storia della nascita di Leatherface, dei suoi primi omicidi, della sua prima motosega (!).
Purtroppo l'indagine sui primi (circa 20) anni di vita del "mostro" e quella sulla sua famiglia si riducono solo alle prime scene (massimo una quindicina di minuti), ragion per cui non vengono approfonditi alcuni aspetti fondamentali (la sua malattia? la sua infanzia? la nascita del suo odio? il motivo della pazzia dello "sceriffo"?) e quindi il film fatica ad emergere rispetto alla massa di horror odierni, anche se è innegabile che un certo fascino lo possiede in ogni caso, grazie alla fotografia sgranata e pesante, all'atmosfera malata (Rob Zombie docet?) e alla dose maggiore alla norma moderna di splatter e di scene macabre, anche se a volte si rischia di cadere veramente nel ridicolo ("e questa lingua, di chi è?").
voto: 7
I fratelli Dean ed Eric Hill stanno per andare a combattere in Vietnam e prima di raggiungere i loro battaglioni decidono di regalarsi una vacanza spensierata in Texas insieme alle loro ragazze, Bailey e Chrissie. In realtà, per il giovane Dean lo scopo del viaggio è anche quello di trovare una via per disertare e riuscire a convincere suo fratello maggiore, già arruolato nel corpo dei Marines, a non partecipare alla guerra. Purtroppo, quello che inizia come un viaggio tranquillo e sereno si trasforma per le due coppie in un incubo...
COMMENTO_
Visto ieri sera al cinema. Ad opera di Jonathan Liebesman ecco la storia della nascita di Leatherface, dei suoi primi omicidi, della sua prima motosega (!).
Purtroppo l'indagine sui primi (circa 20) anni di vita del "mostro" e quella sulla sua famiglia si riducono solo alle prime scene (massimo una quindicina di minuti), ragion per cui non vengono approfonditi alcuni aspetti fondamentali (la sua malattia? la sua infanzia? la nascita del suo odio? il motivo della pazzia dello "sceriffo"?) e quindi il film fatica ad emergere rispetto alla massa di horror odierni, anche se è innegabile che un certo fascino lo possiede in ogni caso, grazie alla fotografia sgranata e pesante, all'atmosfera malata (Rob Zombie docet?) e alla dose maggiore alla norma moderna di splatter e di scene macabre, anche se a volte si rischia di cadere veramente nel ridicolo ("e questa lingua, di chi è?").
voto: 7
domenica 3 dicembre 2006
The Libertines - Up the Bracket
THE LIBERTINES - UP THE BRACKET (2003)
Se Pete Doherty è considerato uno dei personaggi più significativi della musica rock attuale, la cosa non si deve solo al suo stile di vita che definire sregolato è un eufemismo o alla sua relazione con la modella strapagata Kate Moss. Pete fino al 2004 è stato anche il frontman di una band (i Libertines, formati oltre a lui da Carl Barat, John Hassall e Gay Powell) che di fatto non ha inventato nulla nella storia del rock, ma è riuscita a portare sulla scia dei newyorkesi Strokes una sferzata di freschezza e di irruenti ballate post-punk ad una scena (quella inglese degli ultimi vent'anni) che di musica rock sanguigna e insolente, ma contemporaneamente armoniosa e trascinante, ha sentito clamorosamente la mancanza, dopo l'età dell'oro del Settantasette caratterizzata da band come Sex Pistols, Clash, Adverts e Smiths.
Il loro disco d'esordio, "Up the Bracket", prodotto dall'ex Clash Mick Jones, esce nel 2003 e fa subito il botto, ricevendo ottime recensioni da parte della critica e facendo diventare i Libertines una delle band più interessanti del panorama mondiale, in grado di tenere vivo con un'altra manciata di gruppi (i già nominati Strokes, i Vines, gli Hives, i Datsuns) lo spirito del rock'n'roll più seminale e "garagelandiano" in un'epoca in cui le sonorità che spopolano tra i giovani sono riconducibili alle pseudo-musiche truzze-discotecare.
E se da una parte il fautore di questo splendido album è il già menzionato Pete Doherty, dall'altra quest'ultimo deve dividere la scena principale con un'altra personalità di spicco, il suo migliore amico Carl Barat, autore di più della metà dei pezzi contenuti in questo disco. I due sono molto diversi come carattere, quasi complementari, ed è questo probabilmente che porterà la band allo sfascio qualche mese più tardi. L'album è senza mezzi termini un capolavoro: raramente una band europea da vent'anni a questa parte ha saputo unire con più naturalezza ed armonia l'irruenza del punk (pre)settantasettino e la vena romantica e introspettiva che troppo spesso mancava a quella scena: e se non di rado i Libertines sono stati etichettati dalle riviste e dalle fanzine come "i nuovi Clash", probabilmente sarebbe più sensato annotare tra le influenze dei quattro nomi come New York Dolls, Stooges, Richard Hell, Heartbreakers, Ramones, tutte band insomma della scena proto-punk newyorkese degli anni Settanta.
Pete Doherty (che è un vero e proprio poeta maledetto, poeta ancora prima di cantante e chitarrista: non a caso "I fiori del male" di Charles Baudelaire figura tra i suoi libri preferiti e alla tenera età di 16 anni vinse anche un concorso di poesia) possiede un grande talento nell'unire queste due componenti, anche se preferibilmente (e forse anche un po' inaspettatamente) si dedica con più frequenza alla stesura di ballate intimiste e disincantate, che fanno venire i brividi lungo la colonna vertebrale a sentirle: la sua voce calda è davvero capace di emozionare chiunque sia quando descrive un ipotetico viaggio attraverso tutto il globo terrestre nella celeberrima "Radio America", sia quando racconta con malinconia e rassegnazione il cinismo e la cieca indifferenza che sembra andare sempre più di moda nei meccanismi della società attuale nella struggente "Tell the king", episodio che fornisce nell'ultima strofa un fedele quadretto autobriografico dello stesso Pete, ragazzo fragile che si è "fumato la vita, vivendo sulle rovine di un castello edificato sulla sabbia". Ma non di sole ballate vive una rock band, e allora ecco lo sfrontato frontman lanciarsi in veri e propri deliri dal retrogusto punk, come per esempio l'opening-track "Vertigo", canzone che parla dello stato di ebrezza causato dall'alcool e delle sue conseguenze o nella traccia finale "The good old days", nella quale con un aforisma che è già leggenda Pete manifesta la propria visione della vita affermando: "Se hai perso la fede nell'amore e nella musica, la fine non dev'essere lontana". Ma il capolavoro dohertiano dell'album è probabilmente quella "Time for heroes" che non a caso è stata scelta come primo singolo, una poesia strafottente ma nello stesso tempo toccante ispirata dalle liriche riottose dei Clash di Joe Strummer, nella quale Pete racconta un terrificante quadretto di una manifestazione di protesta ("Siamo stati spalati come letame/Abbiamo messo la notte e ferro e fuoco/Ventri sanguinano, manganelli e scudi"), critica la mediocrità della consapevolezza sociale dei giovani d'oggi ("Ci sono panorami un po' meno ristretti di quello/Di un inglesotto con un cappellino da baseball") e si arrende nella consapevolezza -ma anche nell'orgoglio- di una ristretta mobilità sociale nella società attuale ("Moriremo nel ceto dove siamo nati"). E se in "Death on the stairs" Doherty propone una filastrocca nella quale le liriche paradossali e la melodia in levare si discostano fin dall'inizio, nel secondo singolo, l'irruente title-track "Up the bracket", manifesta la sua devozione al rock'n'roll più incalzante e sguaiato.
Carl Barat invece è più esuberante, meno fragile e introspettivo e ama darci dentro con la chitarra: lo si capisce anche ascoltando alcuni pezzi che lo vedono al microfono principale: in "Horror Show" si candida a novello Richard Hell sgolandosi per manifestare la sua delusione per un mondo che non va come dovrebbe andare ("Lei mi ha detto/Ti mostrerò un immagine/Un immagine di domani/Non c'è niente di cambiato/E' tutto dolore"), così come in "The boy looked at Johnny" Carl prende ancora in prestito l'impronta vocale del newyorkese Richard per portare in scena un becero quadretto della notte sbandata della Grande Mela e della Soho londinese ("New York è così bella di notte/Ma non ti dimenticare Soho"). E se "Begging" è una tipica canzone di british rock, nella sarcastica "Boys in the band" Barat critica le rockstar del giorno d'oggi, più interessati al risultato delle vendite che non all'attitudine e alla sostanza ("So che ti piace la sterzata di una limousine").
I Libertines pubblicheranno ancora un album, nel 2004, intitolato semplicemente con il loro nome, meno aggressivo e perfetto nella forma ma non per questo meno valido; qualche mese dopo la pubblicazione avviene lo sfaldamento della band in seguito ad un litigio tra Pete (che a a formare i Babyshambles) e Carl, ma voci di corridoio parlano di un recente riavvicinamento dei due in vista di un nuovo progetto futuro. Libertines 2? Si vedrà, per il momento godiamoci questo gioiello.
voto: 9

Il loro disco d'esordio, "Up the Bracket", prodotto dall'ex Clash Mick Jones, esce nel 2003 e fa subito il botto, ricevendo ottime recensioni da parte della critica e facendo diventare i Libertines una delle band più interessanti del panorama mondiale, in grado di tenere vivo con un'altra manciata di gruppi (i già nominati Strokes, i Vines, gli Hives, i Datsuns) lo spirito del rock'n'roll più seminale e "garagelandiano" in un'epoca in cui le sonorità che spopolano tra i giovani sono riconducibili alle pseudo-musiche truzze-discotecare.
E se da una parte il fautore di questo splendido album è il già menzionato Pete Doherty, dall'altra quest'ultimo deve dividere la scena principale con un'altra personalità di spicco, il suo migliore amico Carl Barat, autore di più della metà dei pezzi contenuti in questo disco. I due sono molto diversi come carattere, quasi complementari, ed è questo probabilmente che porterà la band allo sfascio qualche mese più tardi. L'album è senza mezzi termini un capolavoro: raramente una band europea da vent'anni a questa parte ha saputo unire con più naturalezza ed armonia l'irruenza del punk (pre)settantasettino e la vena romantica e introspettiva che troppo spesso mancava a quella scena: e se non di rado i Libertines sono stati etichettati dalle riviste e dalle fanzine come "i nuovi Clash", probabilmente sarebbe più sensato annotare tra le influenze dei quattro nomi come New York Dolls, Stooges, Richard Hell, Heartbreakers, Ramones, tutte band insomma della scena proto-punk newyorkese degli anni Settanta.
Pete Doherty (che è un vero e proprio poeta maledetto, poeta ancora prima di cantante e chitarrista: non a caso "I fiori del male" di Charles Baudelaire figura tra i suoi libri preferiti e alla tenera età di 16 anni vinse anche un concorso di poesia) possiede un grande talento nell'unire queste due componenti, anche se preferibilmente (e forse anche un po' inaspettatamente) si dedica con più frequenza alla stesura di ballate intimiste e disincantate, che fanno venire i brividi lungo la colonna vertebrale a sentirle: la sua voce calda è davvero capace di emozionare chiunque sia quando descrive un ipotetico viaggio attraverso tutto il globo terrestre nella celeberrima "Radio America", sia quando racconta con malinconia e rassegnazione il cinismo e la cieca indifferenza che sembra andare sempre più di moda nei meccanismi della società attuale nella struggente "Tell the king", episodio che fornisce nell'ultima strofa un fedele quadretto autobriografico dello stesso Pete, ragazzo fragile che si è "fumato la vita, vivendo sulle rovine di un castello edificato sulla sabbia". Ma non di sole ballate vive una rock band, e allora ecco lo sfrontato frontman lanciarsi in veri e propri deliri dal retrogusto punk, come per esempio l'opening-track "Vertigo", canzone che parla dello stato di ebrezza causato dall'alcool e delle sue conseguenze o nella traccia finale "The good old days", nella quale con un aforisma che è già leggenda Pete manifesta la propria visione della vita affermando: "Se hai perso la fede nell'amore e nella musica, la fine non dev'essere lontana". Ma il capolavoro dohertiano dell'album è probabilmente quella "Time for heroes" che non a caso è stata scelta come primo singolo, una poesia strafottente ma nello stesso tempo toccante ispirata dalle liriche riottose dei Clash di Joe Strummer, nella quale Pete racconta un terrificante quadretto di una manifestazione di protesta ("Siamo stati spalati come letame/Abbiamo messo la notte e ferro e fuoco/Ventri sanguinano, manganelli e scudi"), critica la mediocrità della consapevolezza sociale dei giovani d'oggi ("Ci sono panorami un po' meno ristretti di quello/Di un inglesotto con un cappellino da baseball") e si arrende nella consapevolezza -ma anche nell'orgoglio- di una ristretta mobilità sociale nella società attuale ("Moriremo nel ceto dove siamo nati"). E se in "Death on the stairs" Doherty propone una filastrocca nella quale le liriche paradossali e la melodia in levare si discostano fin dall'inizio, nel secondo singolo, l'irruente title-track "Up the bracket", manifesta la sua devozione al rock'n'roll più incalzante e sguaiato.
Carl Barat invece è più esuberante, meno fragile e introspettivo e ama darci dentro con la chitarra: lo si capisce anche ascoltando alcuni pezzi che lo vedono al microfono principale: in "Horror Show" si candida a novello Richard Hell sgolandosi per manifestare la sua delusione per un mondo che non va come dovrebbe andare ("Lei mi ha detto/Ti mostrerò un immagine/Un immagine di domani/Non c'è niente di cambiato/E' tutto dolore"), così come in "The boy looked at Johnny" Carl prende ancora in prestito l'impronta vocale del newyorkese Richard per portare in scena un becero quadretto della notte sbandata della Grande Mela e della Soho londinese ("New York è così bella di notte/Ma non ti dimenticare Soho"). E se "Begging" è una tipica canzone di british rock, nella sarcastica "Boys in the band" Barat critica le rockstar del giorno d'oggi, più interessati al risultato delle vendite che non all'attitudine e alla sostanza ("So che ti piace la sterzata di una limousine").
I Libertines pubblicheranno ancora un album, nel 2004, intitolato semplicemente con il loro nome, meno aggressivo e perfetto nella forma ma non per questo meno valido; qualche mese dopo la pubblicazione avviene lo sfaldamento della band in seguito ad un litigio tra Pete (che a a formare i Babyshambles) e Carl, ma voci di corridoio parlano di un recente riavvicinamento dei due in vista di un nuovo progetto futuro. Libertines 2? Si vedrà, per il momento godiamoci questo gioiello.
voto: 9
"He drinks and smokes his cares away
His heart is in the lonely way
Living in the ruins
Of a castle built on sand"
His heart is in the lonely way
Living in the ruins
Of a castle built on sand"
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mercoledì 15 novembre 2006
Dampyr
Dracula Park
Soggetto e sceneggiatura: Mauro Boselli
Disegni: Stefano Andreucci
Copertina: Enea Riboldi
Chi ha cercato di sottrarre i resti mortali di Vlad Tepes, detto Dracula, dal suo sepolcro sull’isola di Snagov? Perché, tra le querce secolari dell’antica collina di Briete, appaiono gli spettri di Dracula e di un misterioso, affascinante Cavaliere Nero? Quale tenebroso castello dei monti Carpazi risorge dalle sue rovine per ospitare il primo, grande parco tematico dedicato ai vampiri? Per arrivare vivi sino all’alba, gli invitati alla notte inaugurale del Dracula Park dovranno sfuggire alle zanne e agli artigli di Empuse, Lamie e lupi mannari… oppure contare sull’aiuto di tre ospiti “imbucatisi” al terribile party di sangue: Tesla, Kurjak e il Dampyr Harlan Draka, il quale ha buoni motivi di pensare che dietro quella collezione di mostri ci sia il suo terribile padre...
Letto oggi, prestatomi da un amico.
Innanzitutto devo dire che Dampyr non è tra i miei titoli preferiti per quanto riguarda le produzioni della Bonelli Editori, dato che i precedenti albi che avevo letto del personaggio in questione non mi avevano esaltato, anche e soprattutto per le trame troppo fantasy e inverosimili.
In questo speciale invece, sebbene dotato di una componente fantasy piuttosto elevata, ho trovato quello che negli altri non avevo incontrato: una sceneggiatura dinamica e mai annoiante (anche se la storia è lunga ben 178 pagine!) e un sacco di personaggi interessanti, molti dei quali desunti dalla tradizione vampiresca popolare, oltre ai magnifici disegni di Stefano Andreucci, disegnatore del quale ignoravo la bravura!
Promosso!
Storia 7
Sceneggiatura 7,5
Disegni 8,5
Copertina 7
TOTALE 7,5
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domenica 12 novembre 2006
Richard Hell - Blank Generation
Articolo tratto frammentariamente da Musicboom.it
Il problema di Hell all'epoca fu che un ego ingombrante come il suo faticava a sopravvivere assieme ad altri ('questa band è troppo piccola per tutti e due', potrebbero avergli detto in momenti diversi Verlaine nei Television e Johnny Thunders negli Heartbreakers), e che si trovò quindi costretto a migrare, col suo basso e un pugno di ottime canzoni, di formazione in formazione, fino alla decisione di fondare, appunto, i Voidoids assieme a Robert Quine, chitarrista, arruolandovi Ivan Julian (chitarra) e Marc Bell (batteria - più tardi passato alla storia con lo pseudonimo di Marky Ramone).
Dopo un EP autoprodotto i Voidoids approdano alla Sire, per cui pubblicano un album fatto di una mezza dozzina di canzoni che, se suonano 'punk' nello spirito (la visione del mondo di Hell, almeno in questi anni, è molto cinica e molto poco romantica, quasi fino al pessimismo… 'no future': "chi ha detto che è bello essere vivi" ripete il nostro in Who Says?), sono qualcosa di leggermente diverso dagli altri classici del periodo, molto legati a forme piùttosto ortodosse di 'buon vecchio' rock and roll.
Il merito dell'originalità di Blank Generation sta in molti elementi; per prima cosa la scrittura di Hell, molto poco tradizionale e regolare, sia nei testi che nella costruzione dei pezzi, nonché il suo modo di cantarli, molto sguaiato e (quello sì) punk. Degna di nota è senz'altro anche la band, molto affiatata e tecnicamente al di sopra della media, che sfrutta al meglio l'impostazione classica chitarre-basso-batteria con arrangiamenti mai scontati e costruendo interscambi chitarristici eccellenti su una ritmica impeccabile.
Ci sono pezzi tirati, ballate, stratificazioni chitarristiche e commenti sulla vita, l'amore, la morte e i 'rock'n'roll clubs'. Cosa chiedere di più a un disco? Un seguito? Chi lo fece, nel 1977, dovette aspettare cinque anni: il seguito di Blank Generation fu inciso infatti nel 1982, e intitolato Destiny Street.
Per il momento, se vi stanno a cuore le chitarre ma ne avete le palle piene della megalomania rock, cosa che non vuol dire per forza attaccarsi alla prima moda pseudoelettronica che passa di lì, prestate un orecchio a Blank Generation, ne vale la pena.
"In un'epoca di edonismo fascista nessuno osa dire ad alta voce o giudicare ciò che è pateticamente sospeso a mezz'aria […] Ci stanno mangiando corpo e anima, e nessuno li combatte. In realtà nessuno vede davvero tutto ciò, ma se ascoltate i poeti lo sentirete, e vomiterete la vostra rabbia. Richard Hell è uno dei poeti."
(Lester Bangs, 1978)
(Lester Bangs, 1978)
(2) Liars Beware
(3) New pleasure
(4) Betrayal takes two
(5) Down at the rock'n'roll club
(6) Who says (i's good to be alive)?
(7) Blank generation
(8) Walking on the water
(9) The plan
(10) Another world
(11) I'm your man
(12) All the way
voto: 9
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giovedì 9 novembre 2006
Il sentiero dei nidi di ragno
Il libro si lascia leggere velocemente, alcuni pezzi sono scritti veramente bene e in generale il romanzo appassiona il lettore fino all'ultima pagina, senza cali... cosa non comunissima tra i libri che di solito si danno da leggere a scuola! :)
TRAMA
Il libro narra le vicende di un ragazzino di nome Pin, che, quasi per gioco, si trova a partecipare alla lotta partigiana contro i tedeschi durante la seconda guerra mondiale, dapprima nel suo paese e più tardi sulle montagne liguri. Il ragazzo, ribelle e scanzonato, viene rinchiuso in prigione, avendo rubato la pistola di un tedesco per vincere una scommessa con i grandi del bar. Riesce però a fuggire con un compagno di prigionia: Lupo Rosso. Un partigiano. Egli lo condurrà fra gli altri suoi compagni.
Così Pin entra tra i partigiani. Il suo scopo, però, non è quello di sconfiggere i nazisti, ma di trovare un amico che abbia le sue stesse idee, per confidarsi, per sentirsi importante. Il suo obiettivo sembra raggiunto dopo l'incontro con Cugino, un partigiano che diventerà suo amico.
Il testo è realistico, in quanto narra le vicende di un ragazzino al contatto con gli adulti durante la guerra partigiana; oltre alla descrizione di figure verosimili, anche quest'elemento storico rende il racconto credibile e verosimile. Il sentiero dei nidi di ragno è il luogo dove Pin nasconde la pistola rubata.
voto: 7,5
giovedì 19 ottobre 2006
Dylan Dog
Ciao ragazzi! E' da un po' che non ci sentiamo: la scuola e tutto il resto (tra cui my sweety Vanessa) stanno assorbendo tutto il mio tempo... tra il "resto" c'è anche il mio ultimo progetto: fare un sito di sole recensioni di Dylan Dog, una mia grandissima passione, piuttosto ed anzichenò!
Beh, per chi non lo conoscesse -ma anche per chi lo conoscesse- ecco una recensione di un numero veramente bello, uno degli ultimi usciti:
L'ospite sgradito!
Febbraio 2006: Albo mensile #233, L'ospite sgradito. Soggetto e sceneggiatura: Michele Medda; Disegni: Angelo Stano; Copertina: Angelo Stano. ♠♠♠♠
Samantha Morris, una cliente di Dylan Dog, convinta che la fine del mondo sia vicina, si uccide, gettandosi da una terrazza. Quale relazione c’è tra il suicidio di Samantha, un’esplosione di follia collettiva e la creatura invisibile che sembra essersi impadronita dell’abitazione dell’Indagatore dell’Incubo?
Grande pubblicazione, questa, uscita ad inizio 2006!
Michele Medda evita come al solito la banalità e le situazioni trite e ritrite —che potevano essere fiutati dando una veloce occhiata alla copertina— e sforna un albo degno di tutto rispetto, ispirandosi ad un monologo di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. "Il Grigio" —questo il titolo del monologo— parla della convivenza forzata e mai sopportata di un uomo con un ospite che si è "installato" abusivamente nella sua abitazione.
Un albo altamente teatrale, dunque, che si collega in qualche modo ad alcune storie "old school" del DYD surreale, cupo, malinconico e pessimista, grazie anche ad un eccellente lavoro di Stano alla parte grafica dell'albo; un viaggio nell'inquietudine umana per capirne i motivi e le conseguenze; un turbine di disillusioni e delusioni che può portare un uomo —come potremo vedere dalla storia— alla depressione più nera e all'idea che la fine del mondo sia vicina.
Farà certo discutere questo lavoro, è vero, ma il bello stà anche in questo: Michele Medda osa pubblicando una storia atipica e con pochi punti in comune con lo standard moderno a cui ci hanno abituato le uscite dell'Indagatore dell'Incubo degli ultimi anni.
Capolavoro il monologo finale, che potete leggere qui sotto.
Beh, per chi non lo conoscesse -ma anche per chi lo conoscesse- ecco una recensione di un numero veramente bello, uno degli ultimi usciti:
L'ospite sgradito!
Samantha Morris, una cliente di Dylan Dog, convinta che la fine del mondo sia vicina, si uccide, gettandosi da una terrazza. Quale relazione c’è tra il suicidio di Samantha, un’esplosione di follia collettiva e la creatura invisibile che sembra essersi impadronita dell’abitazione dell’Indagatore dell’Incubo?
Grande pubblicazione, questa, uscita ad inizio 2006!
Michele Medda evita come al solito la banalità e le situazioni trite e ritrite —che potevano essere fiutati dando una veloce occhiata alla copertina— e sforna un albo degno di tutto rispetto, ispirandosi ad un monologo di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. "Il Grigio" —questo il titolo del monologo— parla della convivenza forzata e mai sopportata di un uomo con un ospite che si è "installato" abusivamente nella sua abitazione.
Un albo altamente teatrale, dunque, che si collega in qualche modo ad alcune storie "old school" del DYD surreale, cupo, malinconico e pessimista, grazie anche ad un eccellente lavoro di Stano alla parte grafica dell'albo; un viaggio nell'inquietudine umana per capirne i motivi e le conseguenze; un turbine di disillusioni e delusioni che può portare un uomo —come potremo vedere dalla storia— alla depressione più nera e all'idea che la fine del mondo sia vicina.
Farà certo discutere questo lavoro, è vero, ma il bello stà anche in questo: Michele Medda osa pubblicando una storia atipica e con pochi punti in comune con lo standard moderno a cui ci hanno abituato le uscite dell'Indagatore dell'Incubo degli ultimi anni.
Capolavoro il monologo finale, che potete leggere qui sotto.
"Per la prima volta eravamo faccia a faccia. E, per un attimo, restammo immobili, io e l’intruso, incapaci di credere che quel momento fosse arrivato.
Provavo una grottesca sensazione, mentre ci affannavamo in quel grottesco balletto.
Una parte di me lottava con l’intruso, ma l’altra non poteva fare a meno di chiedersi che cosa mi avesse portato fin la, e con quale scopo.
Ma non lo sapevo. Non sapevo più niente.
Una mattina ero nella mia casa, e tutto quello che avevo intorno era il mio mondo. Il MIO mondo.
E poi, a un tratto, il mondo aveva cominciato a cambiare.
Ad andare in pezzi, letteralmente.
Non avevo modo di tornare indietro.
Tutto quello che riuscivo a fare era dibattermi in una trappola condivisa con un intruso. E solo adesso capivo…
Capivo che l’intruso era come me, che anche lui aveva paura, che anche lui era in trappola…
E non ero più tanto sicuro che liberarmi di lui significasse liberare me stesso.
Non ero più nemmeno sicuro che fosse un intruso che si era nascosto nella mia casa, quanto un intruso che si era nascosto dentro di me.
Qualcuno di reale, si, e forse non affatto un intruso…Ma soltanto un riflesso.
Ormai era spacciato, e fu in quel preciso momento…fu in quel preciso momento che io e l’intruso ci guardammo negli occhi per la prima volta.
E in quella frazione di secondo, capii e sono sicuro che anche lui capì.
Capì perfettamente il senso, anzi, il non senso di tutto ciò.
L’illusione di essere arrivati fino a qual punto per una serie di scelte, di atti volontari e delle direzioni prese e di quelle scartate.
Perché le nostre scelte sono limitate dal fatto di essere obbligati a scegliere, e non vediamo che la nostra vita è governata dal caso…
Coma da un’intersecata rete di impulsi elettrici che interagiscono tra loro, e dal caos generano una singola imprevedibili scintilla…che anziché portare la luce, ci avvolge nel buio.
Quando la luce tornò, l’intruso era scomparso.
Con il sorgere del giorno giunse il dubbio che l’intruso fosse ci fosse mai stato. E il mondo era tornato quello che conoscevo.
A tutt’oggi, non riesco a spiegarmi quello che è accaduto, a volte penso che banalmente che è stato un sogno.
Altre volte penso che è stato tutto reale, che si è allargata una maglia di tessuto dell’universo, e due dimensioni parallele si sono incrociate per un certo tempo.
E ripenso anche all’intruso, anche lui si starà ponendo le stesse domande…anche lui starà cercando di riannodare i fili spezzati dei sui piccoli gesti di ogni giorno, di riconnettersi col mondo…
Quasi mi dispiace non potere fargli sapere che non ripenso a lui con odio. Sono quasi contento di averlo incontrato. Chi lo sa, forse era necessario che ci incontrassimo.
Forse abbiamo bisogno di qualcuno o di qualcosa che non faccia addormentare i nostri dubbi, qualcosa che ci salvi dal rischio di assopirci, di guardare il mondo da una sola angolazione.
Come se ci limitassimo a guardarlo dalla finestra.
Allora potremo capire che il precario equilibrio del mondo racchiude in se la possibilità di milioni di mondi differenti…
Come ognuno di noi racchiude dentro se altrettanti differenti individui…
...e quando avremo capito questo...
Non avremo più paura."
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mercoledì 4 ottobre 2006
Lo Strano Caso del Dottor Jekyll e Mr. Hyde
TRAMA:
Il rispettabile ed apprezzato dottor Jekyll isola, grazie ad un innovativo esperimento, la parte malvagia della sua stessa personalità: questa parte malvagia prende forma in Mr Hyde e in tutte le nefandezze che questi compie durante le sue scorribande notturne.
Largamente noto, il testo si affianca a percorsi antologici sull’horror d’autore .
"Subito lo spirito demoniaco si risvegliò in me e imperversò. In un impeto di follia straziai quel corpo che non opponeva resistenza, assaporando la gioia di ogni colpo, e solo quando subentrò la stanchezza, improvvisamente, nel parossismo del delirio, il mio cuore fu trafitto da una gelida morsa di terrore. La nebbia si disperse; mi resi conto d'essermi giocato l'esistenza e fuggii da quella scena di infamie... "Romanzo chiaramente incentrato sulla figura del doppio (the theme of the double, tanto caro agli scrittori gotici e non del periodo) e sul dualismo umano bene/male, Stevenson per scriverlo deve aver sperimentato l'angoscia, il senso del disgusto e del grottesco e della malvagità che pervade irrimediabilmente l'intero racconto.
“Nelle mie sensazioni c’era qualcosa di insolito, qualcosa di nuovo e di indescrivibile e, per la stessa novità, di infinitamente dolce. Mi sentivo più giovane, più leggero, più felice (…) una libertà dell’anima sconosciuta ma non per questo innocente. Al primo vagito di questa nuova vita ebbi coscienza di essere più malvagio, dieci volte più malvagio, incatenato come schiavo al mio male originario. E quel pensiero allora mi inebriò, mi colmò di delizie come una coppa di vino. Stesi le braccia nella prorompente ebbrezza di quelle sensazioni…”Ecco un'estratto dall'ultimo capitolo, parte principale e apice narrativo del libro: la lettera di "testamento" del dottor Henry Jekyll:
“Il mio nome è Henry Jekyll, nato nell’anno 18.., notevolmente ricco e dotato di eccellenti qualità…e questa è la storia della mia vita sciagurata e sfortunata. Fin da quando ero giovane ho sentito nel mio animo l’ostilità tra il bene e il male, una lotta continua che mi affaticava e mi consumava. Dovevo liberare me stesso…e l’intera umanità da questa lotta….iniziai a sperimentare nuove formule, pozioni, a mescolare polveri e sali, e alla fine arrivai a una pozione che mi permise di dare il predominio a una sola delle due nature dell’animo umano. Ed eccomi lì, solo nel mio studio, con la pozione in mano e pronto a sperimentarla su me stesso. Avevo esitato a lungo..avevo temporeggiato nel mettere in pratica l’esperimento, perché sapevo che poteva costarmi la vita. Ma alla fine la curiosità, il desiderio di dominare gli elementi…la sete di conoscenza avevano avuto il sopravvento e così bevvi il contenuto dell’amaro calice tutto d’un fiato…e all’inizio fu come morire…le ossa iniziarono a scricchiolare, provai un gran dolore fisico, una grande nausea…ma alla fine, la metamorfosi mi trasformò….mi scrollai di dosso la mia coscienza, e divenni per questo un essere più libero, più felice. Era così inebriante…si, mi piaceva poter disporre di due personalità tanto diverse…poter essere uno stimato dottore di giorno, e trasformarmi in un uomo piccolo e meschino di notte…che aveva il solo desiderio di appagare i propri appetiti. La mattina, quando mi risvegliavo, ero di nuovo io…e le mie due nature avevano in comune solo la memoria..sì, perché io ricordavo tutte le sciagurate azioni compiute da Hyde e, all’inizio, quasi me ne compiacevo. Come sono stato cieco…credevo di essermi liberato dell’antitesi tra bene e male…credevo di poter controllare Hyde…come mi sbagliavo…era il male che ora controllava me. Le metamorfosi divennero sempre più difficili…ci volevano dosi di droga sempre maggiori, ed era sempre più dispendioso trovare le sostanze di cui avevo bisogno. Il male lottava per prendere il sopravvento….Hyde voleva sempre qualcosa in più…i suoi delitti divennero sempre più efferati…si trasformò, e mi trasformai, in un mostro, capace di calpestare una povera bambina o di uccidere a bastonate un pover’uomo che si fosse trovato per caso sulla mia strada. Persi il controllo…ahimè…sono stato così stupido e ingenuo a credere di poter dominare il male, di poterlo porre sotto il mio controllo….alla fine ne fui sopraffatto. Hyde divenne sempre più forte...iniziò a minacciarmi di rovina….fui sopraffatto dal terrore….la trasformazione avveniva ormai anche senza la pozione….andavo a dormire la notte, di ritorno dalle mie scorribande per la città, e al mattino dopo ero ancora lui..Hyde….tornare ad essere me, il Dottor Jekyll divenne sempre più difficile…impossibile. Ma anche Hyde aveva paura…il suo attaccamento alla vita divenne fortissimo…e so che aveva iniziato a fare strani progetti…voleva liberarsi per sempre di me, uccidermi, trasformarsi da vittima a carnefice…ma non sapeva come fare…perché uccidere me era come uccidere se stesso. Gli ultimi giorni della mia sciagurata vita furono un incubo…la natura bestiale aveva ormai sopraffatto quella umana…così mi rifugiai ancora una volta nel mio laboratorio…cercai di recuperare il mio aspetto originario senza riuscirci…e per questo decisi di porre fine alla mia esistenza e di uccidermi. Che ne sarebbe stato allora di Hyde? Sarebbe morto con me…oppure, all’ultimo mio respiro, sarebbe uscito per sempre dal mio corpo per continuare la sua esistenza? Lo sa Dio…io non me ne curo più…lascerò questo scritto che varrà come mio testamento…come estrema confessione..spero che il mio fedele maggiordomo Poole e il mio caro amico Utterson leggano queste poche righe e non giudichino troppo severamente i miei errori…li feci in buona fede…e ora li pago con la vita…addio…questa è la fine di un uomo che volle separare il bene dal male…valicare l’abisso, e alla fine ne fu risucchiato….ma ora muoio…è tempo di posare la penna…e di sperare che i posteri non mi giudichino troppo severamente….quel che ho fatto l’ho fatto solo per la scienza...e per la mia sete di sapere…"
Voto 9
lunedì 4 settembre 2006
Basketcase
I figli di un ricco signore vengono alla luce rivelandosi siamesi, Duane è un ragazzo normale mentre l'altro è soltanto un'ammasso di carne con una testa, dei denti aguzzi e delle braccia, in grado di emettere soltanto strani versi gutturali. Quando i due vengono divisi chirurgicamente per volontà del padre da alcuni dottori, Belial, il fratello mostruoso, viene gettato via come un rifiuto ed il ragazzo "sano" viene tenuto. Duane e Belial però sono sempre uniti telepaticmente e Duane chiamato dal fratello, corre a salvarlo. Una volta riunitisi, i due uccideranno il padre e daranno la caccia ai dottori che li hanno divisi fino ad ucciderli tutti. La storia giunge alla fine quando Duane si innamora di una ragazza, cosa che non va giù a suo fratello, che
Commento:
Basketcase rappresenta per i B-Movies Horror più o meno quello che La Cosa di Carpenter rappresenta per le titaniche produzioni horror degli anni Ottanta: uno dei capolavori del genere.
Ebbene sì: l'allora sconosciuto Frank Henenlotter riesce a creare uno dei must del cinema horror di serie B mischiando tra di loro mostruosità, dramma, un atmosfera di tetra miseria e una buona dose di splatter: il risultato è una pellicola spaventosa e mostruosa quanto drammatica e strappalacrime. In una sola parola: indimenticabile.
Regia: Frank Henenlotter
Interpreti: Kevin Van Hentenryck, Terri Susan Smith, Beverly Bonner
USA 1982
Voto: 8
domenica 3 settembre 2006
Le Meraviglie del Mondo
Il risultato è a dir poco esilarante: come al solito le freddure che hanno reso famoso Ortolani vi faranno spanciare dalle risate e in più troverete anche una belle dose di satira cattiva... cosa chiedere di più??
Grande Leo!!!
mercoledì 30 agosto 2006
Le Colline Hanno gli Occhi
Un'allegra e spensierata famigliola si trova in viaggio con il proprio camper nelle lande desolate e roventi del New Mexico, quando ad un certo punto, lungo il tragitto, inspiegabilmente (almeno all'inizio) il loro mezzo perde il controllo, schiantandosi contro una roccia. Il camper è andato, sperare che i cellulari prendano in quei luoghi è praticamente inconcepibile... cosa potrà mai capitare di peggio? E' presto detto: la famiglia finisce nelle grinfie di una banda di psicopatici deformi, vittime a loro volta degli esperimenti nucleari fatti nella zona dal governo americano.
Commento:
Dopo il successo dovuto al passaparola di Alta Tensione, Alexandre Aja ha avuto la possibilità di dimostrare le sue capacità e bissare il suo exploit negli Stati Uniti, grazie anche alla supervisione di Wes Craven, che gli ha affidato il rifacimento di uno dei classici più famosi della sua filmografia: Le Colline Hanno gli Occhi (The Hills Have Eyes). Chissà se il papà di Nightmare sarà ancora contento di questa scelta oppure avrà provato un pò di invidia nei confronti di questo giovane cineasta, visto che il lavoro realizzato da Aja supera di diverse lunghezze lo stampo originario, pur rimanendone comunque fedele.
The Hills Have Eyes 2006 ricalca infatti ogni virgola della sceneggiatura originale, lasciando intatti i personaggi, gli eventi e le situazioni che fecero la fortuna (meritata o meno) della pellicola del 1977. Quello che differenzia però quest'ultima dal suo remake è quella proverbiale "marcia in più" che Alexandre Aja ha saputo infondere alla sua opera. Non parliamo quindi solo del budget, visibilmente superiore rispetto agli scarsi mezzi di cui allora dovette servirsi lo stesso Craven, ma di una visione d'insieme maggiormente caratterizzata. Più violenza quindi, più cattiveria, più deformità, più disperazione, più tutto.
Un film che, nella mia personale classifica delle pellicole horror più riuscite degli ultimi tre anni, si classifica al terzo posto, secondo solo a La Casa del Diavolo (AKA: The Devil's Rejects) e The Descent: Discesa nelle Tenebre.
Si tratta di un film frenetico, violento, disperato, cattivo, grottesco, disgustoso. E tutti questi aggettivi per un film horror sono i migliori complimenti.
Voto: 8
giovedì 8 giugno 2006
L'Isola dei Morti
In uno dei suoi capolavori, L'isola dei morti del 1880 (Basilea, Kunstmuseum), la malinconia, in forma della paura della morte, è espressa in modo molto suggestivo. Böcklin si è andato confrontando fin dagli anni di studio a Düsseldorf con la tematica della morte e della caducità.
Il quadro, che fin da quando fu esposto per la prima volta raggiunse una fama sensazionale come nessun altro dipinto dell'Ottocento, fu commissionato da Marie Berna, poi contessa Oriola, che aveva chiesto al pittore un quadro che esprimesse il profondo dolore per la morte di suo marito.
L'isola venne paragonata alle piramidi, univoche e inavvicinabili, e vista come una sorta di formulazione riassuntiva della storia del mondo, interpretando in questo senso le forme abbreviate di cratere e cipressi, e le tracce dell'uomo.
L'isola forma un cerchio quasi concluso di pareti rocciose e cipressi scuri. Nelle rocce sono state ricavate delle tombe. Nelle versioni posteriori del quadro sono presenti anche i resti di colonne di un tempio classico, che contribuiscono a ricordare la caducità del mondo.
I contorni dell'isola si specchiano nell'acqua tranquilla. Nessun raggio di luna trapassa la nera coltre di nuvole. La morte viene intesa da Böcklin come una scissione, una cesura, un viaggio in un regno sconosciuto i cui servi senza voce e senza volto compiono autonomamente il loro dovere.
Böcklin eseguì cinque versioni dell'Isola dei morti (le prime due sono del 1880 e si trovano a Basilea e a New York). Quelle più tarde persero un po' di suggestione visionaria a favore di un maggiore realismo. Nelle ultime versioni il cielo è coperto di nubi e raggi lunari penetrano tra le nuvole fino all'acqua. La barca, che dapprima sembrava andare nella direzione sbagliata, si dirige adesso verso l'isola.
"Lei potrà sognare, immersa nel buio mondo delle ombre, fino a quando non crederà di avvertire il leggero, tiepido alito che increspa il mare, fino a quando non esiterà a turbare il solenne silenzio anche con una sola parola"
venerdì 2 giugno 2006
Sette Note in Nero
Virginia, una donna dotata di poteri paranormali, ha una spaventosa visione: una donna murata viva nella casa fuori città del marito. Virginia si reca nella casa e, ispirata dalla visione, demolisce il muro e trova effettivamente uno scheletro murato. Mentre il marito finisce sotto accusa, Virginia si rende conto che l'età della donna morta e molti particolari della sua visione non coincidono con la ricostruzione delle indagini...
ANNO: 1977
PAESE: Italia
DURATA: 95 min. (colore)
GENERE: Thriller
REGIA: Lucio Fulci
CON: Jennifer O'Neill - Gabriele Ferzetti - Marc Porel - Gianni Garko - Ida Galli
COMMENTO: L'ho visto ieri sera (lo passavano su SKY Fantasy alle 22:00).
La pellicola fa parte della sacra trilogia degli anni Settanta del Fulci THRILLER, insieme a "Una Lucertola con la Pelle di Donna" e "Non si Sevizia un Paperino".
Sebbene lo script dei dialoghi e le interpretazioni degli attori non raggiungano cime elevatissime, il film prende subito lo spettatore, grazie soprattutto alla visione iniziale di Virginia e gli elementi confusi che gli appaiono. Man mano che le indagini avanzano, Virginia unirà i pezzi del puzzle e, proprio quando sembra giunta alla conclusione più ovvia, scopre l'inattesa quanto inquietante verità.
Etichette:
film,
giallo,
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recensione,
thriller
mercoledì 24 maggio 2006
The Thing From Another World
Con: Kenneth Tobey, Robert Cornthwaite, Margaret Sheridan, Dewey Martin, Douglas Spencer, James Young, William Self, Eduard Franz, Sally Ceigthon, John Dierkes, James Arness
USA 1951
Una spedizione scientifica in Antartide trova tra i ghiacci un oggetto non-identificato che dopo gli scavi si rivela essere un apparecchio volante danneggiato. Dal suo interno viene estratto un blocco di ghiaccio che sembra contenere qualcosa dall’aspetto vagamento umano e questo è portato all’interno della base. L’eccitazione per la scoperta tra gli scienziati è altissima (stavano eseguendo esperimenti sulla crescita e la riproduzione delle piante, ma se ne dimenticano ben presto), altrettanto quanto la preoccupazione dei militari che controllano la spedizione. Dal quartier generale l’ordine è di tenere sotto controllo l’oggetto e la “creatura” fino all’arrivo di una squadra, che però ritarda a causa della cattiva stagione. Le riflessioni, i pensieri, le storie e le psicologie dei protagonisti si intrecciano davanti ad un ignoto così affascinante e pieno di implicazioni profonde, ma si tramutano ben presto in terrore e tensione quando il blocco di ghiaccio incustodito inizia a sciogliersi…
Ho visto qualche sera fa questo classico della fantascienza.
Che dire... grande film, grandi atmosfere, grandi dialoghi, grandi attori.
Uno dei must (il must?) del filone fantascientifico degli anni '50, un'epoca nella quale per fare del buon cinema horror (anche se questa pellicola non è strettamente horror) non bastava alzare il volume per pochi secondi in determinate scene, espediente (abu)sato nello scarso cinema dell'orrore di oggi.
Un film che sente il peso degli anni che ha, ma il valore storico e artistico di questa pellicola non teme davvero confronti, neppure a più di mezzo secolo di distanza.
domenica 14 maggio 2006
The Devil's Rejects
Messi in trappola nella loro casa isolata dallo Sceriffo Wydell e da una squadra di uomini armati, la famiglia Firefly si ritrova una mattina con le armi puntate contro, e Otis e sua sorella Baby si danno da fare per fuggire illesi dallo sbarramento di fuoco dei proiettili. Nascosti in un motel isolato, i fratelli ricercati aspettano il momento buono per incontrarsi con il loro fuggiasco padre, Captain Spaulding, ed uccidono chiunque si metta sul loro cammino.
COMMENTO:
Niente a che vedere con il prequel House Of 1000 Corpses.
Laddove il primo si presentava come un film horror omaggio a Tobe Hooper e a Wes Craven, pieno zeppo di citazioni (o plagi?) e con 15 litri di sangue che non riuscivano comunque a portare il film alla sufficienza piena, questo The Devil's Rejects si presenta subito in modo atipico, fin dal primo minuto. E' più di un film horror: è quasi un horror-western, è un film violento, sanguinario, disturbante, spietato, si tratta di peccato, punizione, pentimento, salvazione, sadismo, ma alla fine il messaggio che il film ci da è che non esistono solo buoni o cattivi, ma c'è una sottile linea che divide l'aspetto buono di un uomo da quello malvagio.
Colonna sonora da applausi.
Eccezionale.
VOTO 9
mercoledì 10 maggio 2006
Misfits - Walk Among Us
2. I Turned Into A Martian
3. All Hell Breaks Loose
4. Vampira
5. Nike-A-Go-Go
6. Hatebreeders
7. Mommy Can I Go Out & Kill Tonight?
8. Night Of The Living Dead
9. Skulls
10. Violent World
11. Devils Whorehouse
12. Astro Zombies
13. Braineaters
Tanto più WALK AMONG US infranse i dogmi e le regole non scritte del punk, tanto più fu leggendario all'interno della scena hardcore americana di inizio anni Ottanta. I Misfits, tuttavia, avevano iniziato a suonare nel 1977 e tra le loro tappe fisse a New York c'era un certo locale chiamato CBGB's, che sicuramente non ha bisogno di presentazioni. Proprio il loro essere sopra le righe gli impedì di conquistare rispetto e -soprattutto- di ottenere un contratto discografico, che arriva solo quattro anni più tardi con la Ruby; proprio per la Ruby esce il primo full-lenght della band, destinato a diventare una pietra miliare dell'hardcore, del punk e del rock.
I Misfits, capitanati dal frontman Glenn Danzig, si presentano come un incrocio tra Ramones e Kiss: da una parte i corposi accordi e gli anthemici ritornelli a più voci ben rinfarciti di cori ne fanno dei seguaci a buon diritto della prima corrente punk newyorkese, dall'altra l'aspetto decisamente inusuale per una band punk (volti dipinti di bianco, vestiti attillati in pelle nera, armature) gli assicura una posizione ben distante da molte band della scena americana del periodo, gente come i Germs, i Dead Kennedys o i Black Flag, sicuramente più impegnati a cantare chi di nichilismo, chi di problemi sociali chi a irridere l'universo politico piuttosto che a comporre canzoni sull'oscuro quanto affascinante mondo dei B-Sides Horror degli anni Cinquanta.
E invece i Misfits attingono proprio dai film dell'orrore a basso costo l'ispirazione -oltre che per il proprio look- per le proprie canzoni: basta leggere di sfuggita i titoli delle canzoni che compongono il loro primo lavoro per accorgersene: I Turned Into A Martian, Vampira, Mommy Can I Go Out & Kill Tonight?, Night Of The Living Dead, Skulls, Devils Whorehouse, Astro Zombies, Braineaters....
Tuttavia l'alone macabro che li circonda e l'iconografia splatter fatta di zombie, teschi e vampiri che li rappresenta non devono porre in secondo piano la validità della loro proposta musicale, assolutamente di prim'ordine.
Il loro è un punk rock diretto, spesso velocizzato all'inverosimile dalla foga tipica dell'hardcore (non a caso le 13 canzoni che compongono l'album sono raccolte in poco più di 24 minuti) e reso cupo dalla voce ammaliante di Danzig e dalle tematiche trattate; i celeberrimi "WOOOAH!" quasi clowneschi appaiono puntualmente ad ogni episodio e danno alla musica dei Misfits un'impronta più solenne, come appare evidente nella impareggiabile Hatebreeders, un capolavoro di coinvolgimento e melodia, e in Night Of The Living Dead, prima canzone della band pubblicata su un EP.
La validità della formula sonora della band si conferma nella morbosa Skulls, che descrive il rituale nella decapitazione nei più morbosi particolari, e nella trascinante, indimenticabile Astro Zombies.
L'attacco è di quelli indimenticabili: alla superba 20 Eyes, scheggia sonora similmente a Nike-A-Go-Go, segue I Turned Into A Martian, nella quale Danzig descrive un ipotetico incontro alieno, direttamente dai B-Movies di fantascienza.
Le turbe adolescenziali di Glenn e il suo debito incondizionato verso Jim Morrison sono evidenti nell'unica traccia live dell'album, la velocissima Mommy Can I Go Out & Kill Tonight?.
Da non dimenticare anche alcune influenze OI!, riscontrabili in due pezzi (Devils Whorehouse, Braineaters) e la componente più estrema della proposta sonora dei Misfits, racchiusa al meglio nei pochi accordi di Violent World.
Tutte le canzoni dell'album sono la fusione quasi involontaria delle influenze pop anni Cinquanta-Sessanta dei membri della band con l'energia e la ruvidezza del punk newyorkese: il risultato è memorabile e WALK AMONG US è tuttora ricordato non solo come il disco più riuscito dei Misfits, ma anche come una delle pietre miliari del punk americano dei primi anni Ottanta.
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misfits,
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recensione,
rock
lunedì 8 maggio 2006
The Descent - Discese Nelle Tenebre
Con: Shuana Macdonald, Natalie Mendoza, Alex reid, Saskia Mulder, Nora Jane Noone, MyAnna Buring
UK 2005
Sei amiche per la pelle, o almeno così sembrano! Un terribile incidente da dimenticare. Un segreto inconfessabile. Un tranquillo weekend di paura... nelle profondità della terra.
Un gruppo di giovani speleologhe nel tentativo di far superare a Sarah (Shauna Macdonald) il trauma della morte del marito e del figlio, decidono di immergersi nelle viscere della terra. Ma quella che apparentemente doveva essere una tranquilla scampagnata, si rivelerà ben presto una battuta di caccia tra predatori e prede, un viaggio all’inferno abitato da demoni assetati di sangue.
Il regista e sceneggiatore Neil Marshall, autore di un piccolo cult movie come Dog Soldiers, costruisce un emoglobinico horror tutto al femminile incentrato su di un gruppo di persone assediate da una presenza minacciosa.
Ma il regista inglese riesce a creare in tutta la prima parte dell’opera un’atmosfera di sottile inquietudine, un senso di ineluttabile tragedia sfruttando un ambiente poco frequentato dal genere, le caverne, un ambiente buio per eccellenza, e sappiamo bene come questo sia un elemento imprescindibile del meccanismo emozionale legato alla paura. Un luogo claustrofobico di suo, accentuato da una regia che schiaccia i personaggi con intensissimi primi piani che tolgono l’aria e rendono affannoso il respiro come sullo schermo così in platea. Un interessante lavoro preparatorio alla scesa in campo della minaccia che si annida tra gli interstizi naturali delle viscere dei Monti Appalachi (ricostruiti per l'occasione negli studi inglesi di Pinewood): le creature che vi abitano si sono adattate, nell'arco di migliaia di anni, a vivere nella più completa oscurità e, sebbene siano totalmente ciechi, il loro eccezionale udito e odorato uniti ad un'incredibile agilità li rende i padroni incontrastati di quegli oscuri cunicoli. Queste loro caratteristiche, a cui fanno da contraltare la difficoltà dei movimenti delle ragazze in spazi così angusti, umidi e scivolosi, rappresenta uno spunto narrativo di grande efficacia per generare "balzi sulle poltrone".
Un altro elemento di grande interesse è il duplice campo di battaglia che si apre sotto i nostri occhi. Un fronte costituito dalla lotta tra creature ed esseri umani, ed un secondo assai più interessante che si apre tra le sei ragazze. Una lotta per la sopravvivenza che erode lentamente le piccole e grandi certezze su cui si fonda il gruppo amicale, una lotta che è nello stesso tempo una discesa all’interno della follia umana e dei suoi più feroci istinti. La scelta di un gruppo composto da sole donne accentua queste tematiche (le donne sanno essere assai più perfide e meno disposte al perdono degli uomini) e rende l’evoluzione degli eventi meno prevedibile. Il finale è un festival dello splatter, con arti mozzati, teste divelte, sangue a fiotti che vanno a sporcare l’obiettivo della macchina da presa ed una conclusione che lascia un’inquietudine profonda difficile da dimenticare.
Un horror che rimarrà ben impresso nella vostra mente per molto tempo.
Credit: SplatterContainer
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